Le 9 imperdibili esperienze da vivere a St-Martin e Sint Maarten, l’isola divisa tra due nazioni

Luca Mangano

11 Gennaio 2026

Philipsburg, 11 gennaio 2026 – Sint Maarten/Saint-Martin, una piccola isola caraibica di appena 96 chilometri quadrati, è il più piccolo territorio al mondo diviso tra due nazioni: Paesi Bassi e Francia. Nonostante le dimensioni ridotte, la divisione – stabilita nel 1648 dal Trattato di Concordia – ha creato un confine singolare, segnato più da differenze culturali che da barriere fisiche. Un vero e proprio microcosmo di convivenza, dove ogni giorno si mescolano influenze europee tra mercati, spiagge e villaggi.

Il confine più piccolo, due mondi che si incrociano

Basta fare due passi lungo una strada di Marigot o fermarsi a Philipsburg per capire che qui la frontiera quasi non si vede. Niente dogane rigide o controlli serrati: una semplice targa indica il passaggio da un lato all’altro. Turisti e residenti si spostano liberamente, attraversando dal lato olandese a quello francese per comprare il pane, cambiare soldi (dollari caraibici o euro) o gustare un rhum agricole.

A metà mattina, nei vicoli dietro Front Street, i negozianti alzano le saracinesche. “Non ci sentiamo davvero divisi”, dice Bernard Gumbs, 49 anni, che gestisce una bancarella di frutta al mercato di Marigot. “Qui tutti parlano almeno due lingue senza nemmeno pensarci.” È un dettaglio che colpisce subito: l’inglese fa da lingua comune per gli affari, mentre tra la gente si sente fiammingo, creolo, francese e spagnolo.

Quattro secoli di convivenza senza muri

La divisione è nata quasi quattrocento anni fa. Nel 1648, secondo gli storici locali, coloni francesi e olandesi si accordarono senza spargimenti di sangue. Da allora nessun muro è stato costruito. Anche le tensioni degli ultimi anni – soprattutto sul piano amministrativo – non hanno mai cambiato questo confine così permeabile. Il lato francese, Saint-Martin, fa capo a Parigi come collettività d’oltremare; quello olandese, Sint Maarten, dal 2010 gode di uno statuto autonomo nel Regno dei Paesi Bassi.

Le differenze emergono nei dettagli. A Grand Case si respira un’atmosfera più europea: bistrot raffinati, tabaccherie e librerie indipendenti; mentre nella zona sud dominano casinò e locali dal ritmo caraibico. Solo allora si capisce come questa convivenza sia fatta anche di compromessi silenziosi.

Turismo e piccole economie strettamente intrecciate

Ogni anno l’isola accoglie più di 2 milioni di visitatori, dicono i dati del Ministero del Turismo di Sint Maarten. Crociere e resort portano la maggior parte degli introiti; in alta stagione gli arrivi aumentano fino al 30% rispetto ai mesi estivi. Il turismo sostiene centinaia di piccole attività: dal noleggio scooter alle gite in catamarano, dagli artigiani locali alle pasticcerie francesi.

“Quando arriva una nave da Miami – spiega Sandra Williams, direttrice dell’Ufficio del Turismo locale – non ci sono distinzioni: i taxi portano i clienti ovunque”. Però qualche differenza resta: sul lato francese quasi tutte le spiagge sono libere; su quello olandese spesso si paga per accedere alle strutture più attrezzate.

Vivere (insieme) sull’isola dei due passaporti

Per i circa 80.000 residenti, avere doppia cittadinanza non è obbligatorio ma molti hanno documenti validi per entrambi i lati. “Abito qui da trent’anni – racconta Joséphine Ledru, infermiera a Simpson Bay – ogni giorno vedo pazienti sia francesi sia olandesi. Da noi non serve cambiare nulla: bisogna solo adattarsi”. Le scuole funzionano in modo diverso; anche l’assistenza sanitaria è distinta. Ma la vita quotidiana scorre tranquilla, fatta di abitudini comuni e rapporti tra vicini che non guardano il passaporto.

Solo gli uragani – Irma nel 2017 lo ricorda bene chi c’era – riescono a far sentire davvero il peso della divisione amministrativa: la ricostruzione procede con ritmi diversi e la burocrazia complica gli aiuti.

Sint Maarten/Saint-Martin: un fragile esperimento di convivenza

Gli osservatori internazionali citano spesso l’isola come esempio di confine “aperto”, ma anche come territorio esposto a grandi rischi globali: cambiamenti climatici (le coste sono vulnerabili), crisi economiche e pressioni migratorie. Non mancano critiche: secondo l’associazione “We The People”, guidata dall’avvocato Elaine Arnell, “la convivenza funziona perché la gente vuole che funzioni”. Dall’esterno sembra facile; chi ci vive sa bene quanto impegno richieda ogni giorno.

Eppure qui, tra acque turchesi e mercati colorati, l’isola resta uno dei pochi posti dove il confine è più un dettaglio sulla carta che una barriera vera. E chi arriva da fuori se ne accorge subito: qui due paesi convivono davvero su un fazzoletto di terra.

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