I 8 Castelli più Belli di Francia da Visitare Assolutamente

Luca Mangano

16 Gennaio 2026

Parigi, 16 gennaio 2026 – C’era un tempo, tra il Cinquecento e il Settecento, in cui la nobiltà francese e la famiglia reale raccoglievano châteaux con la stessa passione di chi oggi colleziona monete o francobolli. Ognuno voleva il proprio angolo di splendore, magari affacciato sulla Loira o nascosto tra le dolci colline della Dordogna. Quella corsa ai castelli ha lasciato un segno profondo nel paesaggio e nella storia della Francia.

Il fenomeno dei castelli francesi

I grandi châteaux – Chambord, Chenonceau, Amboise, per citarne solo alcuni – sono oggi destinazioni ambite da milioni di visitatori. Secondo il ministero della Cultura francese, nel 2025 più di 8 milioni di turisti hanno varcato almeno una delle sale affrescate o passeggiato tra i giardini all’italiana dei castelli della Loira. Ma dietro quei numeri c’è ancora la traccia di una vera e propria “mania” nobiliare: avere un castello significava affermare il proprio rango, rafforzare alleanze, a volte persino sfidare il re in una competizione silenziosa fatta di torri, fossati e grandi saloni a cassettoni.

“Questi edifici non erano solo case: erano strumenti politici e sociali”, spiega Stéphane Bern, uno dei massimi esperti francesi di patrimonio culturale. “Costruire un castello significava spesso consacrare la fortuna di una famiglia o farne parte di un circolo molto esclusivo”.

Simboli di potere tra passato e presente

Basta andare a Blois per capire cosa rappresentasse davvero questa tendenza. Qui i lavori di ampliamento – voluti prima da Luigi XII e poi da Francesco I – hanno trasformato il palazzo reale in un vero mosaico architettonico. Ogni nuovo proprietario ha lasciato dietro di sé una traccia del proprio gusto e della propria autorità. Un esempio? Le celebri scale a chiocciola, come quella famosa a Chambord, firmate da architetti italiani come Domenico da Cortona.

Ma la fortuna dei châteaux non poteva durare per sempre. Rivoluzioni, guerre e crisi economiche hanno cancellato dinastie e ricchezze, lasciando molti castelli vuoti o abbandonati al degrado tra rovi e infiltrazioni d’acqua. “Il XIX secolo è stato decisivo: tanti edifici sono stati venduti o trasformati in modo poco nobile”, racconta Pierre-Jean Lemaire dell’Institut national du patrimoine. “Alcuni sono diventati scuole, altri caserme; altri ancora sono finiti nelle mani di collezionisti stranieri”.

Il mercato dei castelli oggi

Ora le cose stanno cambiando di nuovo. Dal 2020 al 2025 le vendite di châteaux sono aumentate del 12%, secondo i dati della Fédération des Professionnels de l’Immobilier. I prezzi variano molto: si trovano immobili da meno di un milione di euro, spesso in condizioni che richiedono restauri pesanti; ma ci sono anche residenze storiche ristrutturate che costano dieci volte tanto e si accompagnano a ettari di parco.

Chi compra? Sopratutto acquirenti stranieri: britannici, americani e – ultimamente – cinesi alla ricerca di dimore iconiche. Ma ci sono anche famiglie francesi, motivate dal desiderio di ridare vita a questi luoghi o attratte dalle opportunità offerte dall’hôtellerie di lusso e dagli eventi privati.

Un caso recente è lo Château de la Motte-Chandeniers, vicino a Loudun: è stato salvato dal degrado grazie a una raccolta fondi online che ha coinvolto oltre 20.000 “co-proprietari” sparsi nel mondo. “È un modo nuovo per prendersi cura insieme del patrimonio”, spiega la direttrice della fondazione che coordina i lavori.

Il fascino che resiste al tempo

Camminando nei saloni vuoti – verso le 17 si sente solo il rumore dei passi sul parquet antico – si avverte ancora quel salto tra la vita passata e l’oggi fatto di biglietti d’ingresso e guide multilingue. “Ogni pietra racconta una storia”, ripete spesso la guida del castello di Azay-le-Rideau durante le visite nei mesi più freddi. Nel frattempo, associazioni locali, scuole e fondazioni fanno tutto il possibile per evitare che la memoria nobiliare venga soffocata dai costi della manutenzione.

Secondo un rapporto del Conseil des monuments historiques servirebbero circa 450 milioni di euro all’anno solo per salvare gli immobili più fragili. Una cifra enorme che riaccende il dibattito sulle responsabilità pubbliche e private nella tutela del patrimonio.

Tradizione, turismo e identità

Questo fenomeno resta al centro del dibattito sull’identità francese. C’è chi si lamenta dell’effetto cartolina – troppi turisti, souvenir prodotti in serie, allestimenti didascalici – ma c’è anche chi vede in questa eredità una risorsa economica imprescindibile. Nel frattempo il paesaggio intorno ai grandi châteaux continua a mutare: vigne biodinamiche prendono il posto dei fossati prosciugati mentre aziende agricole e piccole imprese si organizzano attorno al flusso dei visitatori.

Per molti rimane l’eco lontana di quando i castelli erano il cuore pulsante della società francese. Oggi si trasformano: da rifugi esclusivi dell’aristocrazia diventano laboratori vivi dove storia e comunità si incontrano. Non più simboli isolati ma tessere preziose del mosaico nazionale.

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