Pompei, 21 febbraio 2026 – Tra case romane e anfiteatri, lungo le strade acciottolate di Pompei, sta succedendo qualcosa che pochi avrebbero immaginato solo qualche decennio fa. Il patrimonio vitivinicolo di questa antica città, sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C., rinasce grazie alla ripresa della produzione di vini biologici, ispirati ai metodi dei romani. Archeologi, enologi e agronomi lavorano insieme da anni, e oggi i vigneti crescono dove un tempo c’era solo polvere e cenere.
Pompei: la rinascita delle vigne antiche
Dietro questa rinascita c’è la collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei e alcune cantine locali, con in testa la storica Mastroberardino. Da più di vent’anni si lavora per riscoprire non solo le vecchie varietà di uva ma anche le tecniche agricole descritte da Plinio il Vecchio e rappresentate negli affreschi pompeiani. Oggi i filari si estendono nella Regio V e nella Casa del Giardino, visibili già dalle prime luci dell’alba, quando i raggi del sole illuminano le viti che risalgono lungo le mura.
Secondo il Parco, sono circa 2.000 le piante coltivate nell’area archeologica. Le uve principali? L’Aglianico, il Piedirosso e la Sciascinoso, scelte perché molto simili a quelle degli antichi romani. “Abbiamo voluto rifare gli stessi sistemi di coltivazione – racconta Massimo Osanna, direttore generale dei Musei Italiani – senza irrigazioni artificiali e limitando al minimo i trattamenti chimici”.
Vino dalle ceneri: quando la tradizione parla ancora
I primi tentativi risalgono al 1996. All’inizio sembrava quasi un esperimento culturale, una scommessa sulle radici. Oggi invece il vino chiamato “Villa dei Misteri”, fatto con le uve di Pompei, finisce sulle carte dei migliori ristoranti campani e in alcune selezionate enoteche europee. La produzione segue metodi antichi: viti a piede franco, potature corte, raccolta manuale verso fine settembre.
Qui non si cerca l’innovazione a tutti i costi. La parola d’ordine è “fedeltà al passato”, anche nella fermentazione che avviene in contenitori che richiamano le vecchie anfore romane. “Il risultato è un vino dal carattere asciutto e rustico – spiega il responsabile di cantina della Mastroberardino – molto diverso da quelli delle altre zone del Vesuviano”.
Dalla storia all’economia: un esempio concreto
Non è solo una questione culturale o simbolica. Negli ultimi anni questo progetto ha portato benefici reali all’economia locale. Ha creato posti di lavoro stagionali per giovani e abitanti delle frazioni intorno a Pompei. E ha dato nuovo slancio al turismo: ora molte guide offrono tour nei vigneti archeologici, con degustazioni dopo la visita agli scavi.
Nel 2025 sono state prodotte circa 2.500 bottiglie, tutte numerate e acquistabili tramite canali ufficiali. Il prezzo? Circa 60 euro a bottiglia, giustificati dal lavoro manuale e dalle restrizioni dovute alla tutela del sito. “Le richieste superano sempre l’offerta”, confermano gli addetti alle vendite.
Tecniche antiche per una viticoltura davvero sostenibile
Il vero valore del progetto sta però nella sua attenzione all’ambiente. Qui la viticoltura è davvero biologica: niente pesticidi sintetici, massima cura della biodiversità e rotazione delle colture come raccontano gli archeologi. Una scelta che i promotori definiscono “un modello possibile per altri siti storici italiani”.
Ogni filare porta una targhetta con il nome latino dell’uva e l’anno di piantagione. Durante la vendemmia si lavora dalla mattina presto fino al tramonto, con pause sotto tettoie ricostruite vicino alle Domus ancora in fase di scavo.
Passeggiando tra queste rovine invernali oggi i nuovi vigneti sembrano quasi fuori dal tempo: tra colonne cadute e statue mutilate spuntano foglie verdi dalle stesse zolle testimoni della tragedia del 79 d.C.
È una scommessa sulla memoria ma anche sul futuro: dalle ceneri di Pompei non nascono più solo monumenti, ma vini che raccontano una storia viva da secoli.