Milano, 6 luglio 2026 – Dopo il successo di “Perfect Days” di Wim Wenders e “Viaggio in Giappone” di Elise Girard con Isabelle Huppert, cresce la voglia degli italiani di scoprire un Giappone più autentico, lontano dai soliti percorsi turistici. Negli ultimi tempi, molte agenzie hanno registrato un aumento delle richieste per itinerari insoliti, una curiosità che, secondo gli esperti del settore, nasce proprio dal fascino discreto di questi film.
Alla scoperta del Giappone quotidiano
Chi ha visto i film lo conferma: “Dopo Wenders, non pensi più solo a Tokyo o Kyoto. Ti viene voglia di perderti nei quartieri meno noti, di soffermarti sui dettagli”, racconta Francesca Grandi, architetta milanese di 34 anni, già impegnata a organizzare il suo prossimo viaggio. Eppure, la maggior parte dei tour resta fedele alle tappe classiche – il santuario di Fushimi Inari, la foresta di bambù di Arashiyama – mentre quell’atmosfera tranquilla e fatta di piccoli gesti quotidiani, che caratterizza Perfect Days, spesso rimane fuori dai programmi standard.
A confermarlo è anche Giorgio Vitale, responsabile prodotto in una storica agenzia milanese: “Ci chiedono posti come Kamakura, Nara o i sobborghi meno conosciuti di Tokyo, zone residenziali dove vedere come vivono davvero i giapponesi. Vogliono consigli su caffè di quartiere o percorsi urbani meno battuti”. Secondo Vitale, molti cercano “un Giappone autentico – spiega – per respirare quell’aria sospesa che si vede nei film”.
Un viaggio tra rituali lenti e quartieri nascosti
Scorrendo le testimonianze sui social si delinea una nuova mappa del viaggio: non più solo templi o città scintillanti, ma anche bagni pubblici storici, parchi giochi minuscoli, minimarket aperti tutta la notte. Quartieri come Shimokitazawa a Tokyo o l’area residenziale di Daikanyama vengono citati sempre più spesso. Maria Bianchi, studentessa 24enne di Bologna, confida: “Voglio vedere i lavatoi pubblici, camminare senza meta per ore, entrare nei combini e fermarmi a bere un caffè in lattina”.
Il sito Japan Guide segnala che nell’ultimo anno le ricerche su quartieri come Yanaka o sulle isole minori (come Shikoku) sono salite del 25%. Un chiaro segnale della voglia crescente di esplorare “l’altra faccia” del Giappone.
Quanto costa un viaggio fuori dai circuiti classici
Sul fronte economico, i prezzi non sono da sottovalutare. Un biglietto andata e ritorno per Tokyo supera spesso i 1.000 euro nei mesi estivi (luglio-agosto), mentre gli alloggi “fuori dal turismo” si aggirano tra i 60 e i 120 euro a notte per una stanza singola. Mangiare nei locali tipici – gli izakaya dei quartieri – può costare dai 12 ai 20 euro a pasto. Ma chi sceglie queste mete punta soprattutto a vivere esperienze locali: dormire in guest house familiari, partecipare a lezioni di calligrafia o visitare mercatini mattutini.
“Il Giappone meno conosciuto richiede tempo anche solo per capire dove andare. Non è solo una questione economica: serve pazienza e apertura ai ritmi diversi”, avverte Luca Sorrentino, travel designer indipendente di 41 anni.
Il fascino silenzioso delle storie minime
Un filo sottile lega questi viaggi ai film citati. Nei forum si leggono spesso frasi tratte da Wenders (“La vita vera sta nei dettagli minuscoli”) e racconti di chi ha trovato in una giornata qualunque a Tokyo il momento più significativo del viaggio. Elisa P., copywriter romana, ricorda: “Non ho fatto niente di speciale. Mi sono solo seduta su una panchina nel parco Ueno ad osservare la pioggia cadere. Era tutto lì”.
Secondo l’esperto di cinema orientale Matteo Fornari, il successo recente dei film ha cambiato il modo in cui vediamo il Giappone: “Ora il turista cerca l’intimità del gesto quotidiano e il silenzio dei luoghi meno frequentati”. Non è una moda passeggera: “C’è chi si è stancato della foto davanti al tempio e vuole tornare con storie vere da raccontare”.
Preparare il viaggio: consigli e piccoli ostacoli
Organizzare questo tipo di viaggio non è semplice. “Le mappe in inglese non bastano – avverte ancora Vitale – spesso bisogna affidarsi a blog locali o forum internazionali”. Le guide tradizionali raramente indicano quelle caffetterie tranquille viste al cinema o i piccoli onsen frequentati dalla gente del posto. E poi c’è la barriera linguistica: fuori dalle grandi città comunicare può essere difficile. “Con qualche parola in giapponese però – aggiunge Maria Bianchi – gli incontri diventano molto più semplici”.
Infine c’è un dettaglio pratico: molte esperienze viste sullo schermo – dai bagni pubblici alle corse sui treni locali – non si prenotano online. Serve affidarsi all’improvvisazione, all’istinto. Proprio quello che ha conquistato tanti spettatori degli ultimi film.
In Giappone sembra proprio che la routine quotidiana abbia trovato nuovi ambasciatori italiani. Stavolta però i protagonisti non sono sullo schermo: li trovi seduti su una panchina con un taccuino in mano davanti a un distributore automatico alle sette del mattino.