Roma, 22 luglio 2026 – Tuffarsi in oceano senza una gabbia, circondati da squali, per molti può sembrare un azzardo. Eppure, sempre più appassionati di subacquea scelgono immersioni senza protezioni, spinti dalla voglia di vedere con i propri occhi questi animali spesso dipinti come predatori spietati. A Gansbaai, secondo le guide di South Africa Shark Expeditions, le richieste per il “shark diving senza gabbia” sono in costante crescita: “La gente vuole superare la paura e capire com’è davvero uno squalo”, racconta Michael Jacobs, istruttore veterano della zona.
L’incontro diretto con gli squali
La scena si apre nelle acque limpide della False Bay, vicino a Città del Capo. L’appuntamento è alle 7.30 al molo, con il neoprene già addosso mentre l’aria fresca porta l’odore salmastro del mare. Si parte su una barca da otto posti verso una secca frequentata da squali pinna nera e, in stagione, anche da qualche giovane squalo bianco. Prima di immergersi, gli istruttori spiegano bene le regole di sicurezza. Jacobs sottolinea un punto fondamentale: “Bisogna mantenere la calma e muoversi piano, mai agitarsi. Non si deve sembrare una preda in difficoltà”.
Un’esperienza che sfida i pregiudizi
Il momento dell’immersione senza barriere mette a dura prova le idee comuni sugli squali. Molti arrivano convinti che il rischio sia altissimo; d’altronde film come “Lo Squalo” hanno segnato l’immaginario collettivo. “Il cuore all’inizio batteva a mille – confida Martina, trentunenne romana alla sua prima esperienza – ma appena li vedi nuotare attorno ti accorgi che non sono affatto aggressivi come pensavi”. Gli squali sembrano ignorare i subacquei, proseguendo tranquilli tra sabbia e relitti sommersi.
I dati reali sugli attacchi
I numeri raccontano un’altra storia rispetto alle paure diffuse. L’International Shark Attack File segnala che nel 2025 ci sono stati 76 attacchi non provocati nel mondo; solo 9 sono stati fatali. In Sudafrica, da gennaio a giugno 2026, si registrano appena due incidenti, entrambi senza conseguenze gravi. La biologa marina Claudia Rizzo dell’università di Cape Town commenta: “La maggior parte degli incontri con gli squali finisce senza problemi. Il rischio aumenta se si nuota da soli o al tramonto; invece in gruppo e con guide esperte si limita molto”.
Crescente interesse e nuove regole
L’aumento del shark diving senza gabbia ha spinto le autorità locali a mettere mano alle norme. Dal marzo scorso le imbarcazioni devono tenere un registro giornaliero delle immersioni e segnalare subito eventuali avvistamenti sospetti agli enti preposti. “Abbiamo anche introdotto corsi obbligatori per i turisti”, spiega Jacobs, “così da evitare comportamenti imprudenti sott’acqua”.
Un business in crescita, ma con attenzione all’ambiente
Il turismo legato agli squali è ormai un pezzo importante dell’economia costiera sudafricana e australiana. Ogni immersione costa dai 200 ai 350 euro a persona; solo nel 2025 sono state oltre 18mila le prenotazioni tra Hermanus e Mossel Bay. Ma questa pressione ha acceso il dibattito sull’impatto ambientale delle attività. Rizzo avverte: “Non bisogna disturbare troppo gli animali con richiami o cibo artificiale; lo scopo deve restare conoscere e proteggere l’ecosistema marino”.
Superare la paura
Chi torna dall’esperienza di shark diving senza gabbia racconta quasi sempre la stessa cosa: “Ero spaventato prima, adesso molto meno”, dice Giovanni, milanese di 42 anni. C’è chi mostra video girati con action cam, chi resta semplicemente in silenzio sul pontile, ancora bagnato d’acqua salata. Piano piano l’immagine degli squali come “mostri” si sgretola immersione dopo immersione. Eppure le guide ricordano: serve sempre prudenza – perché l’oceano resta un mondo selvaggio e imprevedibile. E gli squali, alla fine, rimangono animali liberi: osservatori silenziosi del mare.