Milano, 7 settembre 2026 – Scoprire un Paese passa spesso per il gusto, per sedersi a tavola e lasciarsi guidare dai suoi sapori. Negli ultimi anni, sempre più italiani scelgono i viaggi del gusto come cuore delle loro vacanze. Non si tratta solo di mete esotiche: anche piccoli borghi e angoli meno battuti della penisola attirano chi cerca piatti autentici e prodotti locali.
Turismo enogastronomico in crescita
L’ultimo rapporto dell’Osservatorio ENIT racconta di un boom: nel 2026 il 61% degli italiani in viaggio ha organizzato almeno una vacanza all’insegna del cibo e del vino, un salto rispetto al 54% registrato nel 2024. “Mangiare è un modo per incontrare storie, persone, luoghi. L’Italia si racconta prima nei piatti che nei musei”, spiega Massimo Centini, antropologo esperto delle tradizioni regionali.
Le regioni più gettonate? Senza sorpresa, Emilia-Romagna, Sicilia e Piemonte guidano la classifica. Parma e Modena non attirano solo gli amanti dei musei del cibo ma anche chi vuole vedere con i propri occhi la nascita del parmigiano reggiano o dell’aceto balsamico. In Sicilia, i mercati di Palermo sono tappa fissa per chi vuole perdersi tra arancine fumanti e cannoli appena farciti.
Esperienze tra tradizione e innovazione
Oggi è difficile trovare un’agenzia di viaggi che non offra almeno una esperienza gastronomica su misura: dalla raccolta delle olive sulle colline toscane alle degustazioni di vini in Franciacorta. Ma non basta mangiare. “Molti chiedono corsi di cucina con chef locali o tour nei mercati storici per imparare a riconoscere il pesce fresco o la frutta di stagione”, racconta Cristina Molinari dell’agenzia ViaggiSenzaConfini a Milano.
Il coinvolgimento diretto è diventato la chiave del successo: secondo Federalberghi, le strutture che offrono laboratori o incontri con produttori hanno un tasso di occupazione superiore del 18% rispetto alla media. Spesso sono proprio gli anziani dei paesi a custodire gesti e ricette destinati a sparire.
Il ruolo dei piccoli produttori
Non è solo questione di grandi chef o ristoranti stellati: il cuore dei viaggi del gusto batte forte anche nei laboratori artigianali e nelle aziende agricole a conduzione familiare. Per esempio, l’Azienda Agricola Fiandino a Villafalletto, nel cuneese, apre le porte ai visitatori con visite ai caseifici e degustazioni di tome stagionate fatte seguendo metodi tramandati da quattro generazioni.
Un’esperienza simile si può vivere nelle colline marchigiane, dove realtà come Tre Colli accompagnano i visitatori alla scoperta dei loro vini locali, mescolando assaggi a storie sulla vendemmia e antichi metodi di fermentazione. “Chi arriva qui resta colpito dal tempo lento – confida Paolo Mancini, vignaiolo –, dal piacere di parlare seduti davanti a un bicchiere pieno”.
Cibo come ponte culturale
Per molti viaggiatori gustare una zuppa tipica in una trattoria o comprare pane caldo da un fornaio all’alba non è solo appagare la fame. È entrare in sintonia con il territorio, capirne le abitudini e coglierne le sfumature. “Solo assaggiando un piatto fatto in casa si capisce cosa lega davvero una comunità”, ammette Anna Ruggeri dell’Università di Firenze.
Sempre più realtà locali puntano su eventi dedicati: da settembre a novembre fioccano festival e sagre, come la Fiera del Tartufo ad Alba o la Sagra della Castagna a Marradi, che trasformano borghi e città in una grande festa del gusto.
Un settore in evoluzione
Dietro questa crescita c’è anche una maggiore attenzione verso la sostenibilità e la tracciabilità dei prodotti. I consumatori vogliono sapere da dove arriva ciò che mangiano, chi l’ha coltivato o cucinato. Alcuni tour operator propongono itinerari a km zero e sostengono realtà legate ai presidi Slow Food.
Insomma, i viaggi del gusto stanno cambiando il modo degli italiani di concepire le vacanze. Non più solo lusso o moda passeggera: sono ormai parte integrante della cultura del viaggio. E spesso è proprio intorno a un tavolo – davanti a una pasta fatta in casa o a un calice di vino – che si scopre il vero volto di un luogo.