Venezia, 5 ottobre 2026 – Sull’Isola di San Giorgio Maggiore, a due passi dalla Basilica e con vista sul bacino di San Marco, si è appena conclusa la seconda edizione della Biennale dell’Alto Artigianato. Un evento che, fino al 30 settembre, ha portato qui artigiani, maestri e designer da tutta Italia e da più di venti Paesi, con un obiettivo chiaro: mettere sotto i riflettori i mestieri d’arte, raccontando storie fatte di antichi saperi e nuove idee.
Un’isola laboratorio per l’artigianato internazionale
Già dalle prime ore del mattino, alle 9 in punto, piccoli gruppi di visitatori attraversavano la laguna per raggiungere San Giorgio, richiamati dalla possibilità di vedere all’opera i grandi nomi dell’alto artigianato. Oltre alle esposizioni negli spazi della Fondazione Cini – che ha coordinato l’evento insieme alla Fondazione Giorgio Cini – sono stati organizzati laboratori dal vivo, conferenze e installazioni temporanee. Tra gli ospiti, nomi noti come il ceramista francese Pierre Charpin e l’italiana Letizia Cariello, insieme a giovani maestri: chi con la filigrana veneziana, chi con la lavorazione del cuoio tramandata da generazioni.
Gli stand, disposti tra i chiostri e gli spazi esterni della fondazione, offrivano uno sguardo nuovo su mestieri spesso raccontati solo nei musei. “L’obiettivo era mostrare le mani – spiegava pochi giorni fa il curatore Alberto Cavalli – perché il valore del gesto artigiano si capisce solo stando vicino all’artigiano che lavora”. E così è stato: vetrai di Murano chini sulle fornaci portatili, tessitrici armene impegnate a intrecciare arazzi, intagliatori giapponesi intenti a lavorare il legno Hinoki.
Tradizione e innovazione: il dialogo nei chiostri
Non solo memoria. Nei tre padiglioni allestiti tra le sale affrescate e il giardino dei cipressi, il discorso si è mosso su due fronti: da una parte la conservazione delle tecniche tradizionali, dall’altra il confronto con la tecnologia. In mostra oggetti ibridi – lampade in vetro soffiato con inserti in resina stampata in 3D, borse realizzate con filati vegetali e coloranti naturali. Alcune opere sono nate sul posto durante le sessioni di “co-working” aperte agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Il pubblico – vario per età e nazionalità – sembrava sorpreso dall’approccio “aperto” della manifestazione. “Pensavo fosse tutto molto tradizionale – confessava Marco, 27 anni, studente di architettura arrivato da Torino – invece ho trovato molta ricerca, contaminazioni tra moda e design”. Gli organizzatori parlano di circa 32mila presenze totali nelle tre settimane. Numeri simili alla scorsa edizione, nonostante la pioggia battente che ha segnato parte dell’ultimo weekend.
Le voci dei protagonisti e le prospettive future
Al centro della Biennale c’è stata anche la sfida del ricambio generazionale. Panel dedicati al futuro delle botteghe italiane – “Se non investiamo nella formazione rischiamo di perdere questi saperi”, ripeteva spesso Giulia Rossi, docente di storia delle arti applicate – e workshop rivolti alle scuole secondarie hanno animato l’appuntamento. Alcune aziende come Atelier Seguso o Cartiera Magnani hanno offerto tirocini a studenti selezionati. Non sono mancati riferimenti alle difficoltà del settore: l’aumento dei prezzi delle materie prime, un mercato globale che spesso favorisce prodotti industriali più economici.
La mostra si è chiusa nel tardo pomeriggio del 30 settembre senza grandi cerimonie: solo un brindisi informale nel chiostro grande. “È un arrivederci – hanno confidato gli organizzatori – stiamo già lavorando all’edizione 2028”. Nei giorni seguenti sono arrivati i primi dati sull’impatto turistico: le strutture vicino a San Giorgio Maggiore hanno registrato un leggero aumento delle prenotazioni (+4%) rispetto allo stesso periodo del 2024.
L’eredità della Biennale sull’Isola di San Giorgio
Venezia resta così un punto fermo per le arti applicate, anche fuori dalla stagione delle grandi esposizioni internazionali. Secondo gli osservatori locali, questa iniziativa – promossa insieme al Comune e ad alcune storiche associazioni come Confartigianato Venezia – ha rilanciato l’immagine della laguna come terra d’artigianato d’eccellenza. Un messaggio chiaro sia per chi ha partecipato sia per chi ha semplicemente attraversato il pontile bianco all’alba o al tramonto.
Solo allora si coglie davvero il senso profondo: dietro ogni oggetto esposto (un bicchiere inciso a mano o una sciarpa ricamata) c’è una storia intrecciata stretta con quella stessa città. Una Biennale che mette radici e rilancia la sfida, aspettando già il prossimo appuntamento.