Addis Abeba, 21 febbraio 2026 – Migliaia di fedeli vestiti di bianco, candele accese all’alba e voci che risuonano tra le rocce: è la Fasika, la Pasqua etiope, che quest’anno cadrà il 5 aprile. Il cuore pulsante della festa è tra le chiese scolpite nella pietra di Lalibela, simbolo di un cristianesimo millenario, dove ogni primavera si rinnova una delle tradizioni religiose più sentite dell’Africa orientale.
Lalibela e le sue chiese, epicentro della spiritualità etiope
In Etiopia, la Fasika segna la fine di 55 giorni di digiuno. Non una settimana come da noi in Occidente, ma quasi due mesi durante i quali i fedeli ortodossi evitano carne e latticini. Solo con la messa pasquale, celebrata a notte fonda, si può rompere il digiuno e gustare l’injera (il pane tradizionale) accompagnato da stufati speziati. A Lalibela, un paese di 15mila abitanti sugli altipiani del nord, l’attesa si sente già al mattino del sabato santo: uomini e donne arrivano scalzi davanti alle undici chiese monolitiche, intonando preghiere. Molti hanno camminato per giorni dai villaggi vicini.
Fede, riti e pellegrini: il fascino della Rotta Storica
Il viaggio verso Lalibela segue quella che viene chiamata la Rotta Storica dell’Etiopia. Un percorso che passa per siti patrimonio Unesco come Bahir Dar sul Lago Tana e Axum con i suoi antichissimi obelischi. Ma è in aprile che la Fasika rende tutto unico. I sacerdoti, avvolti in mantelli d’oro ricamati a mano, guidano le processioni cantando in ge’ez. Le campane di metallo risuonano nell’alba fresca mentre l’incenso riempie le navate scavate nella roccia.
Non sono solo riti spettacolari – dicono i fedeli – ma un legame profondo con l’identità. “È la memoria di chi siamo”, spiega padre Tesfaye, monaco della chiesa di Bet Medhane Alem. La tradizione racconta che queste chiese furono volute nel XII secolo dal re Lalibela per creare una “Nuova Gerusalemme”, dopo che la Terra Santa era caduta sotto il controllo musulmano. “Ogni pietra parla”, racconta Hareg, pellegrina arrivata con la famiglia da Dessie. “Si sente la presenza di chi ha pregato qui prima di noi”.
Il pranzo della festa e l’attesa collettiva
La notte di Pasqua a Lalibela è un momento sospeso: chi non trova posto nelle chiese si sistema fuori, sui gradoni scavati nel tufo rosso. I ragazzi portano coperte e thermos di caffè mentre le madri cullano i bambini. Solo all’alba si torna a casa per preparare il doro wat – lo stufato speziato di pollo che segna ufficialmente la fine del digiuno – e allora inizia il banchetto. I prezzi sono rimasti stabili rispetto allo scorso anno: circa 250 birr (poco meno di 4 euro) per comprare carne al mercato locale.
“Ogni famiglia cucina insieme – racconta Ayantu, insegnante – e accoglie volentieri chi arriva da lontano”. Questa abitudine coinvolge non solo i residenti ma anche i turisti stranieri. Gli hotel nel centro storico – pochi e modesti – segnalano il tutto esaurito da settimane. Gli operatori turistici confermano che il flusso internazionale è tornato ai livelli pre-pandemia: “Ci chiamano soprattutto dall’Italia e dalla Germania”, dice Hagos Berhe, gestore di una guesthouse.
Tradizione che resiste e nuovi scenari
Le autorità locali stimano che quest’anno oltre 20mila pellegrini raggiungeranno Lalibela durante la Fasika. Un numero importante che mette sotto pressione l’organizzazione: ci sono generatori per garantire l’elettricità nelle veglie notturne e squadre di volontari pronte ad aiutare i viaggiatori all’aeroporto locale riaperto da poco dopo alcuni lavori.
Ma resta sempre la spiritualità al centro della festa. “Veniamo qui per ricordarci chi siamo”, dice padre Mesfin al termine della messa del mattino. Tra vicoli polverosi e scale scavate nel basalto si respira quella memoria collettiva che si rinnova ogni primavera.
Nel silenzio dopo l’ultimo canto, qualcuno raccoglie ancora una candela accesa. Forse per portarla a casa, come fanno da generazioni. O forse solo per lasciarsi guidare ancora un po’, nella notte limpida della Pasqua etiope.