Camminare tra gli alberi secolari del Parco Nazionale Bwindi in Uganda è un’esperienza che incanta e rapisce il cuore. Inizialmente, si è accolti da un silenzio apparente, interrotto solo dai suoni delicati della natura: il fruscio delle foglie mosse dal vento e i richiami di uccelli esotici riempiono l’aria. Man mano che ci si addentra, la vegetazione si fa sempre più densa e intricata, creando un labirinto di ombre e luci che sembrano danzare insieme. Gli alberi svettano verso il cielo, intrecciati con liane robuste, mentre l’aria è impregnata di umidità e il profumo della terra bagnata si amalgama con quello delle foglie spezzate. In lontananza, il richiamo di animali invisibili infonde vita a questo ecosistema pulsante e selvaggio. La foresta appare così intatta che sembra che nessun essere umano l’abbia mai attraversata.
Incontro con i gorilla di montagna
Il trekking per avvicinarsi a una famiglia di gorilla di montagna può durare ore, richiedendo pazienza e determinazione. Durante la nostra avventura, eravamo accompagnati da due ranger: uno armato, per la nostra sicurezza, e un ranger leader, che ci ha fornito preziose istruzioni su come comportarci. All’improvviso, il silenzio viene rotto da un suono gutturale, simile al battere di un tamburo. È il capofamiglia, un maestoso silverback che, battendosi il petto, ci concede il permesso di avvicinarci. Questo momento è atteso da lungo tempo e provoca in noi una forte emozione.
Per un’ora, un numero limitato di turisti può osservare i gorilla da vicino, rispettando rigide regole per non disturbare la loro routine. È un incontro che molti descrivono come “trasformativo”. Alla nostra guida si uniscono altri ranger, i trackers, che monitorano i gorilla 24 ore su 24, proteggendoli da bracconieri e altre minacce. «Da questo momento non possiamo bere né mangiare, e dobbiamo indossare una mascherina per proteggere i gorilla da eventuali infezioni», ci avverte il ranger, sottolineando che condividiamo con loro il 98,6% del patrimonio genetico.
La famiglia Mucunguzi, di cui abbiamo la fortuna di assistere alla vita quotidiana, è composta da un silverback di oltre 160 chili e più di vent’anni, insieme a diverse femmine e cuccioli. La loro presenza è così vicina che sembra di poterli toccare. Ogni passo che ci ha condotti qui, attraverso la foresta, sembra ripagato da questo incredibile spettacolo della natura.
La tutela dei gorilla e le sfide per la comunità locale
Negli ultimi decenni, i gorilla di montagna sono diventati simbolo della lotta per la conservazione della biodiversità. Grazie a sforzi congiunti di governi, ONG e ricercatori, la loro popolazione è aumentata significativamente, superando i 1.000 individui, un dato straordinario considerando che negli anni ’90 si contavano appena 680 esemplari. Il Parco Nazionale di Bwindi è un esempio virtuoso di come un turismo ben gestito possa finanziare la protezione della fauna selvatica.
Parlando con i ranger, scopriamo che sono stati avviati numerosi progetti per proteggere questi magnifici primati, cercando di coinvolgere le comunità locali. Nonostante gli sforzi di organizzazioni come «The Gorilla Organisation», che dal 1990 si batte per la tutela dei gorilla anche in contesti difficili come la guerra civile in Congo, esistono ancora molte sfide. L’obiettivo è migliorare le opportunità economiche delle comunità vicine, affinché possano sostenere a lungo la conservazione della specie.
Tuttavia, uno dei paradossi più evidenti è che, nonostante i turisti paghino fino a 800 dollari per un permesso di osservazione, solo una piccola parte di questi fondi arriva realmente alle comunità locali. La maggior parte dei proventi finisce nelle casse dello Stato o di organizzazioni internazionali, mentre i popoli indigeni, come i Batwa, vengono esclusi dalla narrazione e relegati ai margini della società.
Il popolo Batwa: una comunità emarginata
Quando abbiamo visitato la «Batwa Experience», un tour culturale la cui entrata è devoluta alla comunità pigmea, ci siamo immersi in un mondo che sembra essersi fermato nel tempo. I Batwa ci hanno mostrato la loro vita passata nella foresta: come accendevano il fuoco, raccoglievano il miele e costruivano templi per il loro dio Nyabingi. Le dimostrazioni di caccia con archi e frecce rivelano una cultura ricca e profonda, strettamente legata alla foresta che un tempo era il loro habitat.
Fino al 1991, i Batwa vivevano in armonia con la Foresta Impenetrabile di Bwindi, ma con la sua dichiarazione a Parco Nazionale, furono costretti ad abbandonare le loro terre senza alcun risarcimento. Oggi, confinati ai margini, vivono con frustrazione, raccogliendo ghiaia per sopravvivere. Non hanno più accesso alla foresta né il diritto di cacciare. La foresta era per loro non solo una casa, ma anche il fulcro della loro identità culturale.
La vita dei Batwa è oggi segnata da povertà estrema e marginalizzazione, con oltre il 90% della popolazione che vive in condizioni precarie. Mamia Margaret, un’anziana di oltre novant’anni, ricorda con nostalgia la vita nella foresta, lamentando la perdita delle loro tradizioni e del loro equilibrio con la natura. La sua testimonianza mette in luce la dura realtà di una comunità che, dopo aver vissuto in simbiosi con la foresta, ora si trova a dover affrontare una vita che non riconosce.
La lotta per la giustizia dei Batwa
Nonostante le sfide, ci sono segnali di speranza. Alcune organizzazioni hanno cominciato a coinvolgere i Batwa nella gestione dei parchi e nello sviluppo del turismo. Tuttavia, queste iniziative spesso rimangono solo simboliche, relegando i Batwa a ruoli marginali. Il vero potere decisionale continua a essere nelle mani di governi e ONG, lasciando i Batwa privi di potere reale.
Nel 2013, i Batwa hanno presentato una petizione alla Corte costituzionale dell’Uganda, chiedendo giustizia per le terre loro sottratte. Questo caso rappresenta una pietra miliare nella loro lotta per il riconoscimento dei diritti ancestrali. Organizzazioni come Survival International e Forest People Programme stanno contribuendo a fare pressione per un cambiamento, mentre la comunità dei Batwa inizia a organizzarsi per rivendicare i propri diritti e partecipare attivamente alle politiche di conservazione.
La riconciliazione tra la tutela dell’ambiente e la giustizia sociale rimane complessa e richiede un impegno condiviso. Solo attraverso un approccio integrato, che rispetti i diritti dei popoli indigeni, sarà possibile costruire un futuro sostenibile per tutti, dove la bellezza della foresta e la cultura dei Batwa possano coesistere in armonia.