Palermo, 9 febbraio 2026 – La Sicilia sta cambiando volto, e lo fa lontano dai soliti cliché e dal turismo di massa. Negli ultimi anni, l’arte contemporanea ha trovato casa tra i muri scrostati di vecchi magazzini, nei cortili in penombra di antiche prigioni e perfino in quartieri storici che un tempo erano quasi dimenticati. A raccontare questo fermento è il quotidiano britannico The Guardian, che nell’ultima inchiesta definisce l’isola un nuovo polo creativo del Mediterraneo, aprendo così uno sguardo fresco sul vivace panorama culturale siciliano.
Quando gli spazi abbandonati tornano a vivere
A Palermo basta allontanarsi da via Roma e perdersi tra i vicoli della Kalsa per imbattersi nel “Centro d’Arte Riso”, ospitato in un palazzo del Settecento con pareti impregnate di storia e polvere di tufo. Qui le opere si confrontano con il tempo passato che si legge sulle mura. Poco distante, il Museo Civico di Castelbuono vive dentro un castello normanno, mescolando mostre di artisti internazionali con installazioni nate proprio per quello spazio. Ma è nei magazzini abbandonati del porto che il cambiamento è più evidente: spazi recuperati senza cancellare le tracce del passato, trasformati in atelier o gallerie aperte anche la sera, animate da laboratori di quartiere e performance dal vivo.
“In Sicilia l’arte non passa inosservata, anzi invade lo spazio pubblico con forza. E fa bene a tutti”, racconta con entusiasmo Claudia Sciacca, curatrice palermitana. Per lei, la città sta imparando a convivere con la sua storia senza paura di “sporcarsi” un po’.
Nuove leve e pubblico che arriva da lontano
Il fenomeno non riguarda solo Palermo. A Catania, nelle Officine Culturali del Monastero dei Benedettini si organizzano festival e rassegne che richiamano giovani artisti da tutta Europa. “Qui c’è voglia di mostrare una Sicilia diversa dalla cartolina turistica. Nessuno vuole solo l’Etna come sfondo: qui si sperimenta”, spiega Andrea Cusumano, artista ed ex assessore comunale alla cultura.
I dati parlano chiaro: nel 2025 le visite alle mostre d’arte contemporanea sono aumentate del 38% rispetto all’anno prima. Artisti come Francesco Simeti, Loredana Longo e la giovane catanese Alice Valenti sono finiti sulle riviste internazionali; spesso le loro opere occupano angoli dimenticati della città, scatenando opinioni contrastanti tra residenti e turisti. C’è chi parla di una “rivincita culturale” e chi invece si chiede se abbia senso portare l’avanguardia tra le rovine.
The Guardian racconta una Palermo diversa
Nel suo reportage il Guardian descrive una Palermo “che non ha più paura delle sue cicatrici”, riconoscendo il ruolo fondamentale di realtà come la Fondazione Sicilia o del festival itinerante Manifesta12, passato qui nel 2018 e rimasto come un segno indelebile nel tessuto urbano. Secondo il giornale inglese, la forza della scena locale sta proprio nella “fusione continua tra storia e contemporaneità”, dove gli artisti non si limitano a esporre ma costruiscono ponti tra le persone.
Non mancano però i contrasti: in alcune zone gruppi locali hanno protestato contro l’uso “artistico” degli ex carceri borbonici o delle fabbriche dismesse, temendo speculazioni o una perdita dell’identità popolare. Nonostante questo, le istituzioni sembrano decise ad andare avanti: il presidente della Regione, Renato Schifani, ha detto a gennaio che “l’arte contemporanea è uno strumento prezioso per recuperare spazi pubblici e attirare giovani professionisti”.
Sicilia laboratorio tra memoria e futuro
Mentre molte città europee puntano su musei tradizionali o grandi centri culturali, in Sicilia il modello è più diffuso e aperto. Laboratori aperti fino a notte fonda – come la “Farm Cultural Park” di Favara o il “Museo Internazionale delle Marionette” – ospitano residenze d’artista e workshop tra cortili vivaci dove giocano i bambini. In tre anni sono nati oltre 40 nuovi progetti tra Palermo, Catania e Messina.
Gli esperti locali vedono nell’arte contemporanea non solo un fatto estetico ma “una leva sociale che spinge a riflettere su se stessi”, ha spiegato qualche giorno fa Simona Orlando, sociologa dell’Università di Messina.
In questa nuova fase la Sicilia sembra trovare nell’arte uno specchio delle sue contraddizioni ma anche una chiave per riscatto — senza negare il passato ma accettandolo come punto da cui ripartire per scrivere ancora pagine nuove.