Lagune italiane e Camargue: scopri bellezza, storia e biodiversità delle zone umide più preziose

Silvana Lopez

11 Aprile 2026

Venezia, 11 aprile 2026 – Tra le barene della laguna veneziana e le fitte distese di canneti che disegnano i margini delle valli da pesca, torna a farsi sentire il battito antico delle zone umide italiane. Sono ambienti fragili, poco conosciuti e spesso trascurati, ma che custodiscono una ricchezza di biodiversità e tradizioni che rischiano di scomparire. Qui, a pochi chilometri da San Marco, un intreccio di canali e specchi d’acqua accompagna la vita di pescatori, agricoltori e appassionati di birdwatching. Eppure, tutto questo sembra stare in bilico: il cemento avanza, il clima cambia e la gestione si fa sempre più complessa.

Zone umide: microcosmi in equilibrio precario

Gli esperti li chiamano microecosistemi, perché ogni zona umida ha le sue peculiarità. Nel Delta del Po, per esempio, le alte canne che raggiungono anche i due metri nascondono nidi di aironi cenerini e rane verdi. “Sono ambienti delicatissimi: basta un piccolo cambiamento per sconvolgerli,” ha spiegato ieri Francesca Grasso, ricercatrice dell’ISPRA, durante un incontro con studenti alla Fondazione Cini sull’Isola di San Giorgio. I dati del Ministero dell’Ambiente del 2025 dicono che in Italia le zone umide coprono circa 87mila ettari – molto meno rispetto a cinquant’anni fa.

La perdita è costante. Dal 1970 a oggi gli spazi dedicati a questi habitat sono diminuiti quasi del 40%, vittime di bonifiche selvagge, urbanizzazione e innalzamento del livello del mare. Solo nel 2024, secondo l’ultimo rapporto di Legambiente, sono scomparsi altri 250 ettari di palude nella laguna sud di Venezia. Il fenomeno colpisce anche l’interno, come le marcite lombarde, non solo le coste.

Biodiversità e vita rara tra acqua dolce e salmastra

Non sono solo acqua e canne: le zone umide italiane ospitano specie rare in Europa come la testuggine palustre europea (Emys orbicularis), la spatola (Platalea leucorodia) e il pesce ghiozzo padano. La Lipu (Lega italiana protezione uccelli) segnala almeno 80 specie di uccelli che nidificano stabilmente nelle valli da pesca venete. Un richiamo per studiosi da tutto il mondo: tra due settimane è attesa una delegazione dell’Università di Cambridge al Centro WWF di Valle Averto.

E ci sono anche storie vere. Luigi Bertagna, 62 anni, pescatore da sempre vicino a Valle Dogà racconta: “Da bambino qui c’erano folaghe ovunque e anguille grandi come un braccio. Oggi vedi più turisti che pesci.” Una frase semplice che però racconta bene un cambiamento profondo: il turismo naturalistico cresce mentre le attività tradizionali si fanno sempre più rare.

Tradizioni locali sotto pressione

Le zone umide non sono solo rifugi naturali; in molte zone del Nordest hanno modellato usi antichi: dalla pesca con la bilancia nei canali di Comacchio alla raccolta delle erbe palustri usate nella cucina tipica – come nel famoso risotto con le “herbe de palù”. “Abbiamo imparato dai nonni i tempi dell’acqua,” confida Mario Cester, agricoltore a Codevigo mentre questa mattina controllava i livelli alla chiusa.

Ma qualcosa si sta sgretolando. Il calo delle popolazioni ittiche mette in difficoltà famiglie intere che vivono di pesca artigianale; anche la raccolta delle erbe è meno abbondante a causa dei cambiamenti nell’afflusso d’acqua dolce dalle campagne vicine. Alcuni Comuni – tra cui Chioggia e Ariano Polesine – hanno aperto tavoli tecnici per difendere queste tradizioni e spingere verso un turismo sostenibile.

Sfide e prospettive: tra tutela e sviluppo

Che futuro avranno le zone umide? La domanda resta aperta. Le istituzioni cercano risposte con piani mirati: a febbraio il Governo ha stanziato 25 milioni per progetti di rinaturalizzazione nel bacino padano. “Non è solo una questione ambientale,” ha sottolineato ieri l’assessore regionale Gianluigi Piva: “difendere questi luoghi vuol dire proteggere economia e identità.”

Ma non bastano soldi o belle parole: salvare le zone umide richiede scelte quotidiane concrete. “Qui serve tempo,” dice Bertagna alla fine della giornata “e soprattutto ascoltare cosa ci dice la natura prima dei tecnici.” Nell’acqua ferma tra i canneti si legge forse questa urgenza: fermarsi un attimo, capire come proteggere una ricchezza troppo spesso invisibile agli occhi frettolosi.

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