Milano, 29 gennaio 2026 – Il 2026 segna una svolta nel panorama globale delle città più vivaci per innovazione, qualità della vita e crescita delle startup. Ma l’Italia e le sue grandi città sono ormai fuori dai riflettori come poli di riferimento per i cosiddetti “talenti globali chiave“. A dirlo sono i dati appena pubblicati nel rapporto annuale di Startup Genome, che monitora la forza degli ecosistemi urbani e il ruolo di ricerca, investimenti e lavoro qualificato.
Le città che spingono davvero startup e innovazione
San Francisco, Londra, Singapore e Berlino guidano la classifica delle città preferite dagli investitori internazionali e dai principali consulenti. I ricercatori californiani hanno passato al setaccio oltre 300 centri urbani, analizzando fattori come i fondi raccolti dalle startup, la presenza di grandi centri di ricerca e la concentrazione di talenti in campi come intelligenza artificiale e biotech.
Ma guardando più da vicino emerge una realtà chiara: le città italiane quasi non si vedono. “Niente Milano, niente Roma. Nessuna realtà italiana nelle prime 50”, ha confermato al telefono il nostro giornale Stefano Zambon, docente di economia a Ferrara e consulente per gli ecosistemi dell’innovazione.
Perché l’Italia è sparita dalla mappa
Gli addetti ai lavori non si stupiscono. “La fuga dei talenti ci accompagna da almeno dieci anni”, spiega Zambon. “Ora poi si aggiungono problemi strutturali: pochi incentivi, burocrazia complicata, scarsa collaborazione tra università e aziende. Così le idee migliori crescono altrove”.
I numeri dell’ultimo rapporto ISTAT parlano chiaro: nel 2025 oltre 45mila giovani sotto i 35 anni hanno scelto di trasferirsi in Germania o Regno Unito. Chi resta fatica a trovare spazi dove crescere nel settore high tech o nella ricerca avanzata. Non a caso, le nostre città scivolano sempre più indietro nelle classifiche internazionali.
Qualità della vita, la carta vincente
Nel frattempo, le metropoli in cima alle classifiche – da Amsterdam a Toronto, passando per Tel Aviv – hanno puntato tutto su servizi efficienti, supporto alle imprese innovative e qualità della vita per attrarre lavoratori qualificati da ogni angolo del mondo. “Si investe in scuole migliori, trasporti pubblici veloci, parchi, spazi di coworking e cultura”, si legge nel report.
A sottolineare l’importanza della qualità della vita è anche il professor Michel Gagnon, urbanista dell’Università di Montreal: “I giovani oggi scelgono dove vivere prima ancora che dove lavorare. Le città che crescono sono quelle dove innovazione va di pari passo con servizi accessibili e ambienti piacevoli”.
Non conta solo lo stipendio: pesano anche il costo della casa (a Singapore una stanza costa circa 800 euro al mese), gli spazi verdi disponibili e la sicurezza.
Le reazioni dal mondo accademico italiano
La delusione italiana non è passata inosservata tra i rettori delle principali università. A margine di una conferenza alla Bocconi, il professor Andrea Maggioni ha detto chiaramente: “Ci vuole una strategia nazionale sulle competenze digitali. Siamo indietro negli investimenti e nei legami tra università e imprese”.
Anche Assolombarda chiede mosse rapide: “Milano ha ancora le carte in mano – ha dichiarato ieri il presidente Alessandro Spada – ma serve una cabina di regia che crei ecosistemi davvero competitivi”. Le risorse del PNRR dovrebbero finanziare incubatori tecnologici e formazione specialistica, secondo Spada.
Cosa ci aspetta domani
Il rischio per il 2027 è che il divario diventi ancora più ampio. Le città che stanno puntando ora su ricerca e capitale umano si preparano ad accogliere le nuove generazioni di professionisti qualificati. L’Italia – pur con tante eccellenze sparse – rischia invece di restare ai margini se non interviene con azioni concrete.
Intanto la diaspora silenziosa di ingegneri, ricercatori e sviluppatori continua senza clamore. Nei bar delle stazioni – Roma Termini alle otto del mattino, Milano Centrale verso sera – le valigie dei giovani talenti raccontano una storia vecchia ma sempre attuale: quella di chi va via in cerca di futuro. E forse solo allora ci si chiederà cosa davvero manca alle nostre città per tornare al centro del mondo.