Rogojeni, il borgo moldavo che rinasce come villaggio Hobbit senza perdere la tradizione

Silvana Lopez

20 Gennaio 2026

Chisinau, 20 gennaio 2026 – A due ore di macchina da Chisinau, Rogojeni, un piccolo paese della Moldavia, sembrava destinato a sparire nel nulla. E invece, qualcosa si è mosso. Lunedì mattina, poco dopo le dieci, i primi visitatori hanno varcato di nuovo la soglia della Chiesa della Natività, uno degli edifici sacri più antichi e meglio conservati del paese. È stata riaperta al pubblico dopo quasi vent’anni di abbandono. Un passo piccolo, certo, ma nel paese si respira un’aria diversa. C’è chi parla già di “nuova speranza”.

Una comunità che combatte contro lo spopolamento

Con appena 30 abitanti secondo gli ultimi dati del municipio del 2025, Rogojeni è uno dei tanti villaggi moldavi svuotati rapidamente dalla gente. Non è sempre stato così. Negli anni Ottanta qui vivevano più di 200 persone. Lo ricordano bene gli anziani: “C’erano bambini che giocavano in strada, le famiglie si riunivano per la cena la domenica”, racconta Maria Petrescu, nata nel 1946. Poi è arrivata la crisi economica e l’esodo verso Chisinau o all’estero – in Italia, Romania e Germania – ha lasciato case vuote e cortili desolati. Oggi si vedono più tetti rotti che finestre illuminate. Ma la riapertura della chiesa sembra aver dato una scossa.

La rinascita della Chiesa della Natività

La Chiesa della Natività di Rogojeni è un edificio in pietra chiara con affreschi sbiaditi ma ancora visibili sulle pareti interne. Costruita nella seconda metà dell’Ottocento – come ricorda la lapide con la data 1869 – era stata chiusa nel 2007 per mancanza di fedeli e problemi strutturali. Nel frattempo era diventata più rifugio per le rondini e il vento che luogo di preghiera.

“Pensavamo fosse persa”, racconta padre Anatolie Chirilov, il sacerdote che ha seguito i lavori iniziati lo scorso autunno. “Ma la parrocchia si è messa in moto e siamo riusciti a raccogliere i fondi: poco più di 6 mila euro, metà arrivati dai moldavi emigrati”. Alla cerimonia di riapertura erano presenti anche funzionari del Ministero della Cultura e studiosi dell’Università Statale di Chisinau venuti a documentare l’intervento.

Rogojeni cerca una nuova strada

Il villaggio si trova nella regione di Orhei, sulle rive del fiume Răut. A gennaio l’aria è pungente e i campi sono coperti da una leggera brina. Nei giorni scorsi la notizia della riapertura ha già attirato l’attenzione a Chisinau: sono arrivati diversi turisti locali, soprattutto giovani, in auto e pulmini, curiosi del progetto.

“Non abbiamo né alberghi né ristoranti”, ammette Ion Moraru, presidente del consiglio locale. “Eppure qualcuno viene lo stesso: chiedono dove dormire, cosa mangiare. Forse è un segno”. Negli ultimi tempi due famiglie hanno contattato il municipio per valutare l’acquisto di case abbandonate, spinte dall’idea di lavorare da remoto immersi nella natura.

Il futuro tra turismo lento e tradizione

Di rinascita vera non si parla ancora, ma piccoli segnali sì. Secondo l’associazione “Satul Viu”, che promuove il turismo nei villaggi moldavi, nel 2025 le visite nei borghi rurali sono aumentate del 12% rispetto all’anno prima, spinte dalla voglia di esperienze autentiche e dal fascino dei luoghi storici meno conosciuti.

La chiesa non sarà l’unica attrazione: a Rogojeni ci sono ancora i resti di un vecchio mulino ad acqua e alcune case tradizionali in legno. I residenti sperano che nuovi visitatori portino risorse ma senza cancellare l’identità locale. “Non vogliamo folle”, dice padre Anatolie. “Solo persone che rispettino la nostra storia”.

Le difficoltà dei villaggi interni

Lo spopolamento come quello di Rogojeni resta un problema enorme e difficile da fermare: nel censimento del 2024 risultano oltre 500 i paesi moldavi con meno di cinquanta abitanti fissi. Il governo sta pensando a incentivi per far tornare i giovani in campagna; finora i risultati sono stati modesti.

Eppure la riapertura della Chiesa della Natività rilancia una domanda semplice: può un monumento salvare una comunità? A Rogojeni qualcuno ci crede ancora. Maria Petrescu lo dice davanti al portale appena restaurato: “Sono tornate le campane. Forse torneranno anche le famiglie”.

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