Roma, 5 gennaio 2026 – Chi ha fatto almeno una volta un safari in India sa bene che non è una corsa contro il tempo. È un’esperienza che si costruisce all’alba, si assapora nel silenzio rotto solo da qualche richiamo nella foresta. Una lentezza quasi fuori moda, fatta di attese e sorprese, dove la natura detta il passo. Nel cuore del subcontinente, tra i parchi del Madhya Pradesh o le riserve del Rajasthan, ogni giorno inizia con una speranza: vedere da vicino la famosa tigre del Bengala o magari un leopardo che si muove tra le ombre.
Il risveglio della foresta indiana
All’alba, verso le 6 – a Bandhavgarh, Pench, Ranthambore o Kanha – le jeep si raccolgono agli ingressi delle riserve. I ranger ripetono con voce ferma: “Niente rumori inutili, niente flash, restate tranquilli”. Nel frattempo i turisti cercano il posto giusto e controllano le fotocamere. L’aria è fresca e profuma di terra bagnata e legna bruciata. “Non è uno zoo, ci vuole pazienza”, avverte Arjun Singh, guida storica di Bandhavgarh. A volte bisogna aspettare ore per vedere un animale. Ma anche senza tigri o leopardi, la fauna indiana regala incontri memorabili: elefanti asiatici che attraversano il sentiero, bufali d’acqua, cervi sambar e centinaia di specie di uccelli. Dettagli che rimangono impressi: una traccia fresca nella polvere, il verso acuto di una scimmia langur, lo scricchiolio lontano di rami.
Un ecosistema fragile tra tutela e turismo
Negli ultimi anni le autorità indiane hanno fatto passi avanti nella gestione dei parchi naturali: ingressi limitati (i biglietti finiscono anche settimane prima), regole precise sugli accessi e sulle strade per i veicoli. Il National Tiger Conservation Authority segnala 3.682 tigri censite nel 2024, un numero in crescita rispetto ai 2.967 del 2018. “Abbiamo capito che bisogna bilanciare la pressione turistica”, spiega Ramesh Kumar, direttore della riserva di Kanha. Non tutto però va liscio: i bracconieri locali sono ancora un problema e alcune strutture ricettive stanno spingendo troppo vicino ai confini delle foreste.
Gli operatori locali puntano su un turismo più sostenibile: “Non serve correre da un avvistamento all’altro – dice Rekha Sharma, che gestisce una guesthouse a Tadoba – il safari qui si vive nei dettagli. I nostri ospiti imparano a riconoscere i canti degli uccelli e ad avere la pazienza dei naturalisti”.
L’esperienza tra jeep e villaggi
La giornata tipo comincia con le prime luci dell’alba e finisce al tramonto, quando la foresta torna ai suoi silenzi antichi. Oltre alle uscite in jeep – spesso condivise con altri viaggiatori (posti limitati: 4-6 persone per veicolo) – ci sono passeggiate a piedi nei villaggi tribali o nei mercati locali. Nelle ore più calde ci si rifugia sotto i portici delle guesthouse o nelle tende safari: tè speziato, qualche biscotto salato e chiacchiere tra viaggiatori.
La sera intorno al fuoco acceso per tenere lontani gli insetti, le guide raccontano storie di felini e leggende tribali. Qualcuno mostra foto ingiallite: “Questa era Sundari, la tigre regina del parco fino al 2017”. Altri scherzano sulla fortuna (o sfortuna) degli avvistamenti: “Una volta ho aspettato sette safari prima di vedere una coda arancione”, confida una turista francese.
Costi e consigli pratici
I prezzi variano parecchio: un’escursione in jeep condivisa costa tra i 35 e i 60 euro a persona (a seconda del parco e della stagione), più eventuali costi per guide private o permessi speciali. Le sistemazioni vanno dai lodge statali spartani (20-30 euro a notte) fino ai resort di lusso da oltre 250 euro. Conviene prenotare con largo anticipo soprattutto nei mesi secchi da novembre a marzo, quando la visibilità nella foresta è migliore.
Attenzione alle temperature: al mattino si scende sotto i 10 gradi mentre a mezzogiorno fa già molto caldo. Il consiglio? Vestirsi a strati e portare sempre con sé binocolo e repellente per insetti.
Oltre il viaggio: rispetto e responsabilità
Un safari in India non è solo andare a cercare la tigre. È entrare nel ritmo vero della vita selvatica ma anche incontrare la cultura locale che abita questi luoghi da generazioni. Le comunità tribali dei Gond o dei Baiga spesso lavorano come guide o artigiani, offrendo uno sguardo autentico sulle loro abitudini quotidiane.
In queste foreste – ha scritto Rudyard Kipling più di cento anni fa – “ogni cosa ha un’ombra più grande dietro di sé”. Chi visita questi posti se ne accorge presto: alla fine è proprio il rispetto vero per la lentezza della natura il cuore pulsante del safari indiano.