Nel paesaggio che circonda Stonehenge, dove ogni metro di terra potrebbe custodire un frammento di passato, gli archeologi hanno confermato qualcosa di sorprendente: enormi fosse risalenti a oltre 4.000 anni fa non sono opera della natura, ma frutto del lavoro coordinato di antiche comunità neolitiche. E secondo gli esperti, questi scavi potrebbero perfino essere collegati a credenze legate al mondo sotterraneo.
Un anello colossale vicino a Stonehenge
A Durrington Walls, appena tre chilometri dalle iconiche pietre del Wiltshire, i ricercatori dell’Università di Bradford e dell’Università di St Andrews hanno riportato alla luce un impressionante cerchio composto da una ventina di fosse monumentali. Ciascuna misura circa dieci metri di diametro e scende in profondità per oltre cinque, formando un anello che supera i due chilometri.
Quando i primi dati emergono nel 2020, la struttura viene definita da molti studiosi come la più grande opera preistorica mai individuata in Gran Bretagna. Non mancano però i dubbi: alcuni archeologi ipotizzano che quelle depressioni possano essere fenomeni naturali. Le tecnologie più recenti – dalle rilevazioni geofisiche ai carotaggi dei sedimenti – hanno ora eliminato ogni incertezza: quelle fosse furono scavate intenzionalmente.
Tecniche moderne per interpretare un progetto neolitico
Per ricostruire la geometria dell’anello, gli studiosi hanno combinato metodi complementari: tomografia a resistenza elettrica per calcolarne la profondità, magnetometria e radar per delineare la disposizione, analisi dei sedimenti attraverso luminescenza stimolata otticamente e studio del DNA animale e vegetale. Questo lavoro multidisciplinare ha permesso di determinare l’età delle fosse e di comprendere che furono realizzate in un arco di tempo sorprendentemente ridotto.
The Perils of Pits: Further Research at Durrington Walls Henge (2021–2025): https://t.co/z0RfVFpDap pic.twitter.com/ZVTzxt4TZN
— Stonehenge U.K (@ST0NEHENGE) November 25, 2025
La regolarità con cui sono state collocate lascia intendere che coloro che le scavarono possedevano una notevole conoscenza del territorio e strumenti adatti per misurazioni e allineamenti di grande precisione. Secondo Vincent Gaffney, a capo del progetto, il complesso potrebbe avere rappresentato un confine sacro o un percorso cerimoniale, forse legato a rituali che evocavano un collegamento simbolico con l’oltretomba.
Perché questa scoperta è così importante
La portata del lavoro necessario per scavare fosse così imponenti dimostra che nella zona operavano comunità ben organizzate, capaci di mobilitare gruppi numerosi per uno scopo comune. Richard Bates, tra gli autori dello studio, sottolinea come l’accuratezza del cerchio e le dimensioni delle cavità siano prove tangibili dell’ingegnosità delle società neolitiche della regione.
Questa scoperta ridimensiona l’immagine tradizionale dei gruppi che abitarono il paesaggio di Stonehenge: non comunità isolate e poco strutturate, ma popolazioni in grado di concepire e realizzare progetti monumentali. Inoltre, l’insieme delle tecniche impiegate ha permesso di ottenere una datazione più precisa e di confermare che le fosse presentano caratteristiche geochimiche uniformi, segno di un’azione pianificata.
Un progetto monumentale che riscrive la storia di Stonehenge
Tim Kinnaird, tra i ricercatori coinvolti, evidenzia che la breve finestra di realizzazione dell’anello indica un lavoro altamente coordinato. Un risultato che suggerisce rituali e credenze condivise e un forte senso di comunità, e che rafforza il legame culturale tra Durrington Walls e Stonehenge.
Il complesso neolitico scoperto nel Wiltshire mostra che, in quell’area, operavano società molto più avanzate di quanto si immaginasse. L’anello di fosse potrebbe rappresentare un tassello fondamentale per comprendere la funzione cerimoniale del paesaggio preistorico e apre la strada a nuove ricerche, pronte forse a rivelare un altro frammento nascosto della storia britannica.