Milano, 7 gennaio 2026 – Ha scoperto il Marocco quasi per caso, anni fa. Da quel momento, però, quel paese tra l’Atlantico e il Sahara ha cominciato a chiamarlo a sé. È tornato più volte, e ogni volta ha trovato qualcosa di nuovo: un odore diverso nei vicoli di Marrakesh, una chiacchierata serale in piazza Djemaa El Fna, il sapore del pesce appena pescato sulle coste di Essaouira.
Le città imperiali e il labirinto della medina
La prima volta in Marocco non si dimentica facilmente. Soprattutto se arrivi nel cuore di Marrakesh, quando la sera si allunga sulla piazza di Djemaa El Fna. Tra le 18 e le 23, la piazza sembra trasformarsi ogni mezz’ora: venditori di succo d’arancia, incantatori di serpenti, ragazzi che cercano un selfie sotto le luci gialle. «È come un teatro all’aperto: nessuno spettacolo è uguale a quello precedente», racconta Youssef, uno degli ambulanti che si muove tra tavoli di plastica e chiacchiere. Dietro le tende improvvisate dei ristoranti si nascondono piatti tipici come il tajine e il couscous. Intorno, il vociare degli abitanti e dei turisti riempie l’aria della notte.
Pochi passi più in là, i vicoli della medina si stringono stretti uno all’altro. A Fez, città patrimonio dell’Unesco, perdersi è quasi una tappa obbligata. Dal Bab Boujloud, la famosa porta blu, fino alle concerie di Chouara, è come fare un salto indietro nel tempo. «Chi torna qui si riconosce subito: cammina con calma e nota ogni dettaglio», spiega una guida locale poco dopo le dieci del mattino, mentre mostra le vasche colorate dove ancora oggi si lavora la pelle con metodi antichi.
Sapori tra oceano e montagne
Ma il Marocco non è solo città. Basta allontanarsi da Marrakesh verso la costa atlantica per scoprire un altro mondo. A Essaouira, città portuale dal passato portoghese, l’aria salmastra si mescola al profumo del pesce grigliato nei piccoli chioschi vicino alle mura. I pescherecci rientrano intorno alle quattro del pomeriggio e lì inizia la contrattazione per polpi e sardine freschissimi. «Qui mangi pesce che fino a venti minuti fa nuotava ancora in mare», racconta un venditore con le mani segnate dalla salsedine.
Più a nord Rabat e Casablanca mostrano un volto più moderno: caffè pieni già dalle sette lungo Boulevard Hassan II; studenti che discutono davanti alle università. Ma non mancano tracce antiche: nella kasbah degli Oudaïa a Rabat risuona ancora l’eco delle dinastie che hanno governato queste terre secoli fa.
Incontri e ospitalità
Un dettaglio che rimane impresso in ogni viaggio è l’ospitalità marocchina. Non c’è riad dove non venga offerto tè alla menta al momento dell’arrivo; nessuna famiglia che non inviti almeno a condividere un dolce o una zuppa harira. Dalle città imperiali fino ai villaggi sulle montagne dell’Atlante la parola d’ordine è sempre la stessa: accoglienza. «Quando torni qui ti senti quasi parte della famiglia», raccontano i proprietari di una piccola pensione a Chefchaouen, poco dopo l’alba, tra le viuzze tinte d’azzurro della medina.
Riti e contrasti: il fascino della routine quotidiana
Girando per il Marocco si incontrano abitudini antiche accanto alla modernità: un muezzin che chiama alla preghiera alle cinque e mezza del mattino; giovani seduti nei bar a parlare di calcio e futuro; donne che escono dal souk con grandi cesti intrecciati sotto il braccio. Solo allora ti rendi conto che il vero volto del paese è nella vita di tutti i giorni. «Ogni volta che torno resto sorpreso anche dopo mesi», confida Samira, docente universitaria di Casablanca.
Viaggiare tra culture diverse
Nel racconto delle esperienze marocchine tornano spesso alcune immagini nitide: lo scambio nei mercati, le risate nelle piazze, la calma improvvisa appena fuori dai centri urbani. Che sia la prima o la decima volta – raccontano i viaggiatori più assidui – il Marocco resta un mosaico di culture dove ogni angolo suggerisce una storia diversa. Chi torna spesso non cerca solo monumenti o panorami; cerca soprattutto quei gesti semplici, quelle relazioni umane che solo pochi posti sanno regalare davvero.