Viaggio in 4×4 nel deserto del Sahara in Mauritania: tra dune, vento e silenzio da ascoltare

Giulia Ruberti

28 Gennaio 2026

Roma, 28 gennaio 2026 – Un viaggio in 4×4 nel deserto algerino, in pieno inverno, è un modo per staccare davvero dalla frenesia della città e immergersi in un mondo di dune di sabbia, antiche città carovaniere e lunghi silenzi interrotti solo dal vento. Chi parte – spesso piccoli gruppi di amici di vecchia data o famiglie in cerca di esperienze autentiche – si ritrova catapultato in un ambiente dove i punti di riferimento spariscono in fretta. Nessuna strada segnata, solo le tracce lasciate dalle gomme e una bussola a guidare. Ecco il bello: confrontarsi con il vuoto, ma soprattutto con se stessi.

La traversata: tra vento e sabbia

Il viaggio inizia quasi sempre da Tamanrasset, un crocevia storico del Sahara centrale, punto di partenza per chi vuole avventurarsi nel Tassili n’Ajjer o nella zona di Djanet. Le jeep partono spesso prima dell’alba, intorno alle 5.30, quando il cielo è ancora punteggiato da stelle pallide. I campi base si trovano poco fuori dai centri abitati. Le guide Tuareg, riconoscibili dai loro turbanti azzurri, danno gli ultimi controlli a mappe e strumenti satellitari. “Nel deserto devi imparare ad ascoltare. Non solo il vento: qui si sente tutto amplificato,” racconta Youcef, guida e autista da oltre vent’anni.

Le temperature al mattino possono scendere sotto i 5 gradi, poi con il sole arriva la calma e si rallenta per fare soste frequenti. Le jeep – spesso Toyota Land Cruiser o Nissan Patrol datati ma affidabili – sono cariche d’acqua, taniche di carburante e pochi cibi essenziali. Sui sedili ci sono borracce metalliche, zaini leggeri e qualche libro per passare il tempo durante i tratti più lunghi. Non è raro incontrare altre carovane o gruppetti di dromedari che spariscono dietro le colline di sabbia. Il vento alza nuvole sottili che avvolgono il parabrezza in pochi secondi, costringendo a fermarsi per qualche minuto. “Qui la fretta non esiste,” scherza un viaggiatore francese. E sembra proprio così.

Soste e incontri nelle città carovaniere

Le tappe imprescindibili sono le antiche città carovaniere come Ghardaia o la meno conosciuta Timimoun: piccoli centri circondati da palmeti, mercati pieni di voci e case di argilla che risuonano sotto i passi. Si arriva verso mezzogiorno, quando il sole picchia sui tetti bassi e la luce filtra obliqua nei vicoli stretti. I visitatori si perdono tra bancarelle di datteri freschi, tappeti tessuti a mano e pani rotondi ancora caldi.

A Ghardaia, nel cuore della valle del M’zab, si respira l’antica organizzazione sociale dei Mozabiti, una comunità che ancora regola le proprie giornate con riti e tradizioni antichissime. Le donne indossano veli bianchi che lasciano intravedere un solo occhio. Un anziano del posto racconta sottovoce: “Da qui passavano le carovane dirette a Timbuctù; ogni cosa aveva il suo ritmo.” Soste brevi ma intense: tè verde servito in bicchieri bassi, sorrisi veloci e strette di mano sincere.

Il silenzio del deserto

Nei tratti più remoti – tra le dune dell’Erg Chech o vicino ai pinnacoli rocciosi del Tassili – il silenzio diventa una presenza palpabile. Il gruppo si ferma a pranzare su un tappeto steso all’ombra di un’acacia. Il pasto è semplice: couscous, pane cotto sulla sabbia e qualche dattero raccolto al mattino. Le chiacchiere si affievoliscono fino a svanire del tutto. Solo allora torna protagonista il rumore del vento che riempie ogni spazio vuoto.

La sera arriva presto, intorno alle 18.30, portando con sé un calo netto della temperatura sotto i 10 gradi. Il cielo stellato – così limpido da mostrare la Via Lattea senza fatica – fa da sfondo a cene tranquille attorno a piccoli fuochi accesi solo per scaldarsi le mani. C’è chi annota pensieri su un taccuino; altri preferiscono ascoltare quel silenzio rotto solo dai lontani ululati degli sciacalli.

Ascolto, isolamento e ritorno

Molti dei partecipanti raccontano che il vero viaggio non è quello fuori ma quello dentro se stessi. Lontani da ogni distrazione, anche chi viene dalla città finisce per rallentare: “Alla fine ti rendi conto che serve poco per stare bene,” confida Silvia, insegnante milanese in vacanza col marito. L’assenza di internet all’inizio pesa come un limite; poi diventa uno spazio per ascoltare storie – o semplicemente il silenzio.

La partenza è all’alba successiva con la sabbia ancora fresca sotto i piedi, pronti a tornare alla vita quotidiana. Nel bagagliaio restano pochi ricordi: qualche dattero secco, foto impolverate e quella sensazione difficile da spiegare a chi non c’è stato – quella di essersi davvero fermati. E forse ascoltati davvero almeno una volta nella vita.

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