Sapporo, 28 gennaio 2026 – L’isola di Sakhalin, incastonata tra Hokkaido, le isole Kurili e la lunga costa della Russia orientale, ha da sempre una fama quasi mitica, legata al suo isolamento. Chi è riuscito a raggiungerla – e non sono molti – parla di un luogo dove la modernità cammina piano, frenata dalle distanze, dal freddo delle acque e da vicende storiche mai del tutto chiarite. Negli ultimi anni, però, qualcosa si sta muovendo: Sakhalin attira nuove attenzioni, sospesa tra la forza della sua natura selvaggia e un passato che ancora influenza il presente.
Un’isola al crocevia tra Asia e Pacifico
Per secoli, Sakhalin è rimasta quasi fuori dal tempo, stretto nodo tra le potenze russe e giapponesi. La sua posizione – a pochi chilometri da Hokkaido, ma saldamente sotto il controllo russo – l’ha resa strategica ma anche stranamente dimenticata. Le popolazioni locali, come gli Ainu e i Nivkh, hanno conservato tradizioni che altrove sono scomparse. Solo una sottile fascia costiera ospita i centri abitati; il resto è fatto di boschi fitti e coste battute dal vento.
«Vivere qui significa fare i conti con l’isolamento», racconta Andrei Yevdokimov, pescatore di Korsakov, il piccolo porto a sud dell’isola. Qui le barche partono ancora all’alba, quando il freddo ti punge le mani anche a maggio. L’economia si regge soprattutto sulla pesca e sull’estrazione di gas naturale: risorse abbondanti ma difficili da gestire appieno, complici il clima duro e infrastrutture spesso obsolete.
Una natura che segna i tempi
Chi arriva a Sakhalin lo nota subito: il paesaggio cambia continuamente. Pianure infinite lasciano spazio a montagne avvolte nella nebbia. D’inverno la neve copre ogni cosa; d’estate l’aria del Mar di Ochotsk porta un salmastro intenso. In molte zone interne ci sono più orsi che persone, mentre sulle coste si incontrano foche e uccelli migratori.
Il clima rigido – in luglio si fatica a superare i 20 gradi – ha mantenuto l’isola poco popolata. Secondo gli ultimi dati russi, meno di mezzo milione di abitanti vivono su questa striscia di terra lunga quasi mille chilometri. Gli insediamenti sono collegati da strade strette, spesso sterrate, che diventano quasi impraticabili con le piogge autunnali o durante il disgelo.
Il peso di un passato ancora presente
Il passato di Sakhalin emerge ovunque: nelle rovine delle colonie penali zariste – qui fu rinchiuso anche Anton Cechov, che ambientò un libro proprio sull’isola – ma anche nei resti delle fortificazioni giapponesi del primo Novecento. Dal 1905 al 1945 gran parte dell’isola fu sotto controllo Tokyo, per poi tornare ai sovietici dopo la Seconda guerra mondiale. Ancora oggi esistono villaggi dove si parlano dialetti nipponici antichi; nelle scuole si insegna il russo, ma durante le feste tradizionali non è raro sentire racconti in lingua Ainu.
«La memoria qui pesa», spiega Ivan Petrovich, insegnante a Yuzhno-Sakhalinsk. «Molte famiglie hanno storie legate alle deportazioni o ai cambi di bandiera. Anche i bambini sanno che questa terra ha visto guerre e trattati». Eppure c’è un certo fatalismo: solo così si capisce come Sakhalin abbia costruito una sua identità unica.
Tra turismo lento e sfide ambientali
Ultimamente si cerca di mettere in luce il patrimonio naturale e culturale dell’isola. Il governo locale ha puntato sul turismo ecologico: trekking nei boschi antichi, birdwatching sulle falesie del nord, visite ai geyser nascosti tra le montagne. Le guide accompagnano piccoli gruppi: «Qui non ci arrivi per caso», scherza Sergey Morozov, uno dei pochi accompagnatori ufficiali. I prezzi non sono bassi – raggiungere Sakhalin richiede tempo e soldi – ma proprio questa lontananza affascina chi cerca esperienze fuori dai percorsi più battuti.
Le difficoltà non mancano però. Gli abitanti lamentano collegamenti irregolari con la Russia continentale (le navi cargo da Vladivostok partono solo tre volte a settimana) e le tensioni geopolitiche con il Giappone restano una questione spinosa. Eppure l’isola sembra aver accettato questa marginalità come parte del suo carattere.
Oggi Sakhalin resta uno degli angoli meno raccontati dell’Asia del Nord Pacifico. Forse proprio questo è il suo segreto: una terra dove passato e presente convivono senza fretta e dove la natura continua a comandare sulle ambizioni degli uomini.