Bruxelles, la città al confine tra cultura latina e fiamminga: scopri perché è sempre più accessibile

Silvana Lopez

3 Febbraio 2026

Bruxelles, 3 febbraio 2026 – Da secoli Bruxelles si trova su un confine invisibile, una linea che non compare sulle mappe ma che si sente in ogni angolo della città: separa la cultura latina e francofona del sud dalla tradizione fiamminga del nord. Appena si arriva alla Gare du Midi, si percepisce subito questa convivenza di due mondi. Da un lato ci sono i cartelli scritti in due lingue; dall’altro, accenti e volti che raccontano storie diverse. La capitale belga, oltre a ospitare le istituzioni europee, è anche il palcoscenico silenzioso di una tensione identitaria che segna ogni aspetto della vita pubblica e privata.

Bruxelles tra identità e lingue che si scontrano

Il problema non è solo linguistico. L’area metropolitana di Bruxelles conta quasi due milioni di persone ed è un’enclave francofona dentro il territorio fiammingo. Ufficialmente qui si parlano sia il francese sia il neerlandese, ma nella vita di tutti i giorni domina chiaramente il francese. Secondo gli ultimi dati dell’Ufficio Statistico Belga, oltre l’80% usa abitualmente il francese, mentre chi parla fiammingo non arriva neanche al 10%.

Ma non è solo una questione di numeri. “Basta fermarsi a sentire le conversazioni in Place Sainte-Catherine – racconta David, insegnante trentottenne del quartiere Schaerbeek – per capire quanto la città sia un mosaico linguistico dove però il fiammingo rischia di sparire”. Questa preoccupazione si sente nelle parole dei politici locali e nei bar frequentati dagli studenti dell’Université libre de Bruxelles.

Una spaccatura che ha radici profonde

La divisione affonda le sue radici nel XIX secolo. Dopo l’indipendenza del Belgio nel 1830, la classe dirigente impose il francese come lingua dell’amministrazione e delle élite, mettendo da parte il neerlandese. Le cose sono cambiate negli anni ’60, quando le lotte per i diritti linguistici dei fiamminghi portarono alla nascita delle regioni autonome (Fiandre, Vallonia e Bruxelles-Capitale), ognuna con scuole e amministrazioni separate.

Eppure a Bruxelles la divisione resta evidente. Nel centro storico, tra la Grand Place e il Sablon, domina il francese; ma appena si va verso le periferie come Anderlecht o Evere, torna a farsi spazio l’olandese sulle insegne e nelle scuole materne. È un equilibrio fragile, alimentato da un continuo movimento interno: ogni anno migliaia di fiamminghi e valloni arrivano in città per studio o lavoro.

La vita quotidiana sotto la lente della lingua

Le conseguenze si vedono nella vita di tutti i giorni. Gli uffici pubblici devono offrire servizi in entrambe le lingue; le scuole hanno programmi separati per ogni comunità; nei tribunali servono interpreti preparati. “Non è solo una formalità: sapere bene francese o neerlandese può fare la differenza tra trovare lavoro o restare fuori”, spiega Anne De Bruyne, esperta legale in diritto del lavoro belga.

Ci sono anche scelte più semplici: quale lingua parlare al supermercato, quale radio ascoltare, quale squadra tifare – perché anche lo sport segue questa spaccatura. “A volte sembra di vivere in due città parallele”, confida François, giovane impiegato vicino a Place Rogier.

L’Europa protagonista ma distante dalle tensioni

In questo quadro entra la forte presenza delle istituzioni europee. Commissione, Consiglio e Parlamento occupano interi quartieri a sud-est del centro: Schuman, Jourdan, Maelbeek. Qui si mescolano decine di lingue e accenti – l’inglese in testa ma anche tedesco, spagnolo, italiano. L’Unione Europea porta con sé una terza dimensione: “Bruxelles non è solo fiamminga o francofona, è anche città internazionale”, ha detto tempo fa Charles Picqué, ex ministro-presidente della Regione.

Nonostante questo però le tensioni locali restano sullo sfondo. Le istituzioni comunitarie evitano di entrare nel dibattito nazionale: usano l’inglese per comunicare internamente e ricorrono alle due lingue ufficiali solo quando serve.

Tra sfide e aperture: cosa aspetta Bruxelles

La questione identitaria continua a tenere vivo il dibattito politico. Nei mesi scorsi il governo regionale ha avviato una campagna per spingere i giovani francofoni a imparare il neerlandese, mentre i partiti fiamminghi chiedono più autonomia anche su tasse e amministrazione. Intanto però la vita va avanti tra compromessi e convivenze spesso forzate.

Probabilmente Bruxelles resterà ancora per molto tempo quella “città-ponte” sospesa tra mondi diversi. Per molti suoi abitanti questa complessità è una ricchezza – nonostante i problemi quotidiani. Come dice Sophie, libraia sulla Chaussée de Wavre: “Qui ci siamo abituati: ogni giorno cambiamo lingua e modo di pensare… È la nostra normalità”.

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