La sottile gioia di mangiare da soli: perché sempre più italiani scelgono il piacere della solitudine a tavola

Luca Mangano

6 Febbraio 2026

Milano, 6 febbraio 2026 – Capita più spesso di quanto si pensi: sedersi da soli a mangiare in un ristorante, magari in pieno centro e la sera. Chi, come me, gira spesso tra locali per recensire piatti e ambienti, si trova spesso a tavola senza compagnia. A volte succede per caso, altre volte è una scelta precisa. Eppure, questa esperienza tanto comune quanto sottovalutata racconta molto sul nostro modo di vivere il cibo e la città.

Il tavolo per uno: uno sguardo senza distrazioni

Appena seduti – magari accanto a una vetrina che dà su via Torino o su una stradina più tranquilla – si sente subito che mangiare da soli ha un suo ritmo tutto particolare. Il cameriere, dopo aver sistemato la tovaglia e portato il menu, qualche volta si ferma un attimo più del dovuto: “Aspetta qualcuno?”, mi ha chiesto una ragazza l’altra sera. “No, sono solo io”. Piccoli scambi che mostrano come l’idea di cenare da soli sia ancora vista come qualcosa di insolito.

Da lì si apre uno spazio tutto nuovo. Senza interlocutori, lo sguardo può vagare libero tra i tavoli: chi ride a crepapelle, chi scrolla il telefono tra un boccone e l’altro, una coppia immersa nel silenzio. Solo allora si notano i dettagli – come viene servito il pane, una candela accesa senza motivo particolare, la salsa versata con cura.

Cibo e solitudine: meno pregiudizi di quanto si pensi

Nonostante qualche diffidenza – qualche sguardo veloce o la sensazione di essere al centro dell’attenzione – la verità è che i ristoranti milanesi stanno imparando ad accogliere chi mangia da solo. Non solo i lavoratori di passaggio: sempre più persone scelgono consapevolmente di prendersi un momento per sé. Secondo l’Osservatorio Ristorazione 2025, oltre il 22% dei coperti serali nelle grandi città è occupato da clienti senza compagnia.

“Sta nascendo una cultura della solitudine positiva”, spiega Giorgio Montani, maître all’Osteria Brunetti in via Vigevano. “Non sono più solo i viaggiatori d’affari: tanti scelgono il tavolo singolo per concedersi una pausa diversa”.

Il critico al tavolo: piatti e silenzi sotto la lente

Per chi recensisce locali, la solitudine diventa quasi uno strumento di lavoro. Senza conversazioni che distraggano, ogni piatto arriva sotto gli occhi – e al palato – con un’attenzione diversa. La zuppa di pesce servita al Pastis in piazza Bertarelli sembra più intensa se ci si concentra sugli aromi; il risotto giallo gustato all’angolo dell’Antica Trattoria della Pesa cambia sapore quando non c’è nessuno con cui parlare.

Nel silenzio obbligato emergono tutti i dettagli dell’ambiente: la temperatura del vino, la gentilezza (o la fretta) del servizio, il sottofondo musicale che a volte sembra esagerato. Solo così si colgono quelle sfumature che separano un locale dall’altro.

Reazioni al tavolo: dagli sguardi ai piccoli gesti

Mangiare da soli mette in scena piccole situazioni quotidiane. A volte ci si sente accolti – “Le va di assaggiare questo? È fuori menù”, mi ha detto tempo fa un cuoco incuriosito. Altre volte emerge un certo imbarazzo nel personale di sala, come se avere un cliente solitario rompesse qualche regola non detta.

Basta però poco per sciogliere l’atmosfera: scambiare due parole con chi serve aiuta a creare quella complicità breve ma piacevole che trasforma il pasto in qualcosa di più personale. I ristoratori più attenti lo sanno bene e riservano angoli speciali o propongono menu degustazione dedicati proprio a chi arriva senza compagnia.

Un rito tutto nuovo: perché scegliere la solitudine

“Non è tristezza ma libertà”, racconta Daniela F., impiegata incontrata per caso da Trippa. “Cenare da sola mi permette di fermarmi un attimo e godermi tutto”. Questo sentimento comune si riflette anche nei numeri: secondo Fipe-Confcommercio, nel 2025 la richiesta di tavoli per uno è cresciuta del 16% rispetto all’anno prima.

Alla fine resta un dato certo: oggi mangiare da soli – sia in centro a Milano sia in una trattoria fuori mano – non è più solo necessità o eccentricità. È diventata una scelta consapevole e sempre meno giudicata. Forse perché, tra un boccone e l’altro, si scopre che ascoltare i rumori della sala o annusare meglio i profumi del piatto può valere quanto una bella chiacchierata. Anche senza parole.

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