Genova, 24 marzo 2026 – Per scoprire davvero Genova e la Liguria di Gino Paoli, bisogna partire da Pegli, il quartiere dove il cantautore ha mosso i primi passi. Tra le case affacciate sul mare e quel vento carico di salsedine che arriva dal porto, sono nati i sogni di un ragazzo destinato a diventare una delle voci più famose della musica italiana. Era la metà degli anni Quaranta, e Paoli stesso lo ha raccontato in più di un’intervista: «Mi ricordo i pomeriggi sul molo, con gli amici a far nulla. Era la nostra università.» Solo dopo essersi trasferito in centro avrebbe conosciuto i caruggi — quei vicoli stretti e contorti che ancora oggi sembrano custodire l’eco delle sue canzoni.
Da Pegli al cuore di Genova: i caruggi e via del Campo
Nei tortuosi caruggi, il giovane Paoli si muoveva insieme a Luigi Tenco e Bruno Lauzi, amici inseparabili in cerca di ispirazione e storie da raccontare. Via del Campo — oggi meta fissa per turisti e appassionati — all’epoca era un luogo vivo di suoni, strumenti stonati e ragazzi con la chitarra in spalla. «Ci si incontrava nei bar del centro — racconta Paoli — bastava poco per iniziare una serata che spesso finiva solo all’alba, quando riaprivano i panifici.» In quel mondo fatto di ombre e profumi nascevano pezzi come “La Gatta”, “Il cielo in una stanza”, “Quattro amici”. Ogni angolo offriva un dettaglio da segnare, ogni incontro un verso da non dimenticare.
Boccadasse e la poesia del mare
Non solo centro storico. Boccadasse, il piccolo borgo marinaro a est della città, torna spesso nei ricordi di Paoli. I colori sbiaditi dal sole, le reti appese alle barche, i panni stesi alle finestre: è qui che molti abitanti dicono ancora di sentire parlare dei suoi passaggi discreti sul lungomare. Qualcuno lo ricorda seduto sui sassi, perso nel guardare oltre la scogliera. Paoli stesso ha ammesso che proprio lì trovava calma e idee: «Avevo bisogno del rumore delle onde per capire dove stavo andando.» La Genova vista da lui è fatta anche di questi silenzi, rotti soltanto dal verso dei gabbiani.
Sanremo, palco della consacrazione
Un viaggio nella Liguria musicale non può prescindere da Sanremo, dove Paoli arriva per la prima volta nel 1964. Non aveva ancora trent’anni. Il Teatro Ariston, pieno fino all’ultimo posto, diventerà un appuntamento fisso: tornerà più volte negli anni come concorrente e ospite. Per questa città dei fiori — come sottolinea il giornalista Mario Luzzatto Fegiz — Paoli rappresenta «il ponte ideale fra la canzone d’autore genovese e il grande pubblico televisivo». L’Ariston segna anche una svolta nella sua carriera: da autore noto a pochi a voce ascoltata in tutta Italia.
Da Nervi a Camogli: Liguria privata
Lontano dai riflettori, Gino Paoli ha trovato rifugio nei dintorni di Nervi, lungo la passeggiata Anita Garibaldi, dove qualche volta si fermava nei piccoli bar con vista sul mare. Qui si racconta di chiacchiere con gli avventori abituali, risate a metà mattina con il giornale sotto braccio. Più avanti, tra Camogli e Recco, ci sono ancora locali dove si esibiva in serate improvvisate fuori programma. «Era uno di noi,» dicono gli abitanti del Bar La Rotonda, «mai sopra le righe o su un piedistallo.» Nei racconti dei paesi liguri riaffiorano dettagli semplici: una Fiat 500 parcheggiata alla buona o una tazzina lasciata distrattamente sul bancone.
Luoghi e memoria: Genova nei versi
La Genova cantata da Paoli non è solo una città: è un sentimento che si respira tra vicoli stretti e scorci sul porto. L’eredità delle sue canzoni si sente ancora oggi nei bar dei caruggi e sulle spiagge di Boccadasse, tra murales che riportano strofe famose e giovani musicisti che cercano di imitarne le note. Il legame tra il cantautore e i suoi luoghi è rimasto forte col passare degli anni. In una recente intervista alla Radio Rai locale, Paoli ha confidato: «Per me Genova è sempre casa. Anche quando non ci sono.» E in effetti — nonostante i cambiamenti della città e il tempo trascorso — sembra proprio che Genova continui a restituire lo sguardo di chi l’ha raccontata senza mai lasciarla davvero andare.
In ogni angolo si trova una traccia: la ringhiera blu di Pegli dove tutto è cominciato; la panchina ombrosa a Nervi; un nome inciso su un muretto del porto antico. E forse — come dicono i vecchi pescatori del molo — «Gino non se n’è mai andato davvero».