Roma, 11 luglio 2026 – Ogni anno, la Pasqua richiama in Armenia e Georgia viaggiatori da ogni angolo del mondo, attratti da riti antichi e tradizioni che vivono tra fede e quotidianità. In questi due paesi, incastonati ai piedi del Caucaso, la festa più importante per i cristiani si trasforma in un momento di lenta riscoperta: storie di comunità radunate nei monasteri arroccati, piccoli gesti che si tramandano di generazione in generazione. Ecco cosa si respira durante la Resurrezione in queste terre.
Viaggio tra monasteri armeni: fede e ospitalità ai piedi del Monte Ararat
L’Armenia, prima nazione al mondo a fare del cristianesimo religione ufficiale nel 301 d.C., vive la Pasqua (Zatik) con una solennità discreta ma diffusa. A Yerevan, già dal Venerdì Santo sera si avverte un’aria diversa: le vie del centro storico si animano di famiglie, molte dirette verso la Cattedrale di Etchmiadzin, il “Vaticano armeno”, dove il Catholicos Karekin II guida la liturgia principale.
La domenica all’alba è il momento clou. In tanti si incamminano a piedi verso i monasteri sulle colline: Khor Virap, con la sua vista sul monte Ararat, è una delle tappe più amate. Qui, mentre si benedicono le uova rosse – simbolo di vita che rinasce – le donne offrono pane dolce (simile al tipico “cheoreg”) agli estranei. “È un modo per accogliere chiunque come se fosse di famiglia,” racconta Mariam, insegnante a Gyumri che ogni anno sale con i figli.
Dopo le celebrazioni si passa al pranzo comunitario. Sulle tavole non mancano l’agnello arrosto, insalate fatte con erbe fresche come coriandolo e aneto e piatti tipici come il khash, servito a tavolate imbandite. Si brinda con vino locale, spesso offerto anche a chi arriva per caso. Solo allora la festa prende davvero vita: nei cortili dei villaggi gli anziani raccontano ai bambini storie sulla tenacia della loro fede.
Georgia, una veglia notturna fatta di candele e convivialità
Anche in Georgia, la Pasqua (Aghdgoma) è un mix di intimità e partecipazione collettiva. Il momento più atteso è la notte tra sabato e domenica: le chiese restano aperte fino all’alba. Nel quartiere Avlabari di Tbilisi migliaia di persone aspettano la mezzanotte davanti alla Cattedrale della Santissima Trinità. Le famiglie stringono candele decorate (puri), accese non appena le campane annunciano la Resurrezione.
“Qui non conta quanto sei credente – basta esserci almeno una volta nella vita,” confida Davit Mekhishvili, giovane studente universitario incontrato subito dopo la veglia. Nel silenzio che precede il coro del Kyrie eleison, i bambini corrono tra i banchi mentre gli anziani sorridono tenendo in mano uova color porpora da rompere insieme.
Il pranzo pasquale arriva solo dopo il ritorno dalla chiesa. Sulla tavola spiccano il paska – pane dolce aromatizzato – e piatti come l’satsivi (pollo in salsa di noci), l’ajiapsandali (verdure stufate) e il tradizionale khachapuri ripieno di formaggio. Le uova tinte di rosso vengono scambiate come segno di augurio: “Christé aghdga!” (“Cristo è risorto!”), rispondono tutti all’unisono.
Turismo lento sulle tracce della spiritualità
In aprile – quest’anno secondo il calendario ortodosso Pasqua cade il 12 aprile – Armenia e Georgia vedono aumentare i turisti stranieri, soprattutto da Italia e Francia. Ma più che grandi eventi o tour organizzati ciò che attira è proprio quell’atmosfera raccolta.
“Non avevo mai visto una comunità così accogliente – racconta Luca Santini, 43 anni, arrivato da Firenze con la famiglia –. Dopo la messa siamo stati invitati a pranzo da sconosciuti. Sembrava ci conoscessero da sempre.” Secondo l’ente turismo armeno nelle due settimane attorno alla Pasqua gli arrivi superano quota 90mila: numeri contenuti rispetto ad altre destinazioni ma in crescita costante.
Fede fatta di piccoli gesti
Il filo che lega Armenia e Georgia durante la Pasqua sono i gesti semplici: mani che si stringono nelle processioni notturne, uova scambiate fra vicini, pane spezzato all’alba nei cortili dei villaggi. Non sono solo cerimonie per chi crede; sono un modo concreto di vivere la meraviglia della vita che rinasce.
Chi visita queste terre porta a casa ricordi fatti più di sguardi complici che di souvenir materiali. E se chiedete qual è il segreto dell’accoglienza armena o georgiana, sentirete sempre due parole tornare spesso: “condivisione” e “stupore”.