Rieti, 27 settembre 2026 – Immerso tra le dolci colline della Sabina, nel cuore del Lazio, il primo monastero buddhista della tradizione Theravāda nato in Italia ha aperto le sue porte qualche anno fa, diventando meta di visitatori e praticanti da ogni angolo del Paese. Qui, in una valle verde bagnata dalla luce fioca delle prime ore del mattino, monaci e laici si ritrovano non solo per meditare, ma anche per condividere pasti e silenzi, sotto la chioma di una quercia secolare.
Un rifugio tra i boschi: il monastero che unisce natura e spiritualità
Tra i piccoli borghi di Montopoli e Poggio Mirteto, a circa un’ora da Roma, il monastero buddhista Santacittārāma si confonde con il paesaggio, protetto da ulivi e querce che custodiscono il silenzio indispensabile alla pratica. Fondato nel 1990 da un gruppo di monaci provenienti da Sri Lanka e Thailandia, insieme a praticanti italiani, il luogo si ispira ai monasteri forestali asiatici dove la natura non è solo sfondo: «Il bosco fa parte della nostra vita spirituale», spiega con calma Ajahn Chandapālo, abate della comunità. «Insegna pazienza, semplicità e attenzione alle cose essenziali». Lo dice a bassa voce durante la passeggiata mattutina intorno allo stagno, mentre alcune donne sistemano fiori freschi vicino alle statue del Buddha.
Accoglienza e routine quotidiana tra meditazione e lavori manuali
Ogni giorno il monastero Theravāda apre le porte a chiunque voglia partecipare a momenti di meditazione o ascoltare gli insegnamenti dei monaci. Nessuna restrizione: «Non serve essere buddhisti», ripete una volontaria. «Arrivano persone di tutte le età». La giornata si apre con le campane all’alba che segnano l’inizio della meditazione; poi si condividono i pasti – rigorosamente vegetariani – consumati spesso all’aperto, sotto la quercia che domina il giardino. Qui si scambiano poche parole, si passa una ciotola o una brocca d’acqua con calma.
Chi visita può prendere parte anche ai lavori manuali: pulire, curare l’orto o fare piccoli lavori di manutenzione. Una signora di Rieti confida: «Non avevo mai passato così tanto tempo in silenzio. All’inizio è stato strano, ma poi ho imparato a guardarmi intorno».
Un luogo aperto: incontri, festival e pratiche antiche
Il calendario del monastero è ricco di appuntamenti pubblici: durante i festival buddhisti come il Vesak o la fine della stagione delle piogge (Vassa), il monastero si anima con fedeli e curiosi. Alcuni arrivano dall’estero – svizzeri, francesi, persino americani in viaggio in Italia. Nei giorni comuni domina invece la tranquillità: c’è chi cammina scalzo sull’erba umida o studia testi antichi sotto il porticato.
Non mancano momenti di confronto con la comunità locale. Negli ultimi mesi sono state organizzate visite scolastiche e incontri interreligiosi. Un insegnante di filosofia di Poggio Mirteto racconta: «Porto qui i ragazzi per fargli scoprire un modo diverso di vivere il tempo. Tornano cambiati, più attenti».
Tradizione Theravāda: radici antiche in una terra nuova
La scelta di fondare un monastero Theravāda – la tradizione buddhista più antica ancora diffusa oggi in Thailandia, Sri Lanka e Birmania – nasce dal desiderio di alcuni praticanti italiani di seguire una via austera e rigorosa. Non si tratta solo di meditazione seduta o camminata; qui l’attenzione è alla vita etica e al rapporto con l’ambiente intorno. Come spiega Ajahn Chandapālo: «Tutto ciò che facciamo qui è un allenamento alla presenza mentale. Anche lavare un piatto o raccogliere foglie diventa pratica».
Una comunità in crescita: numeri e prospettive future
Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Unione Buddhista Italiana, i praticanti Theravāda in Italia sono ormai qualche migliaio, con un interesse che cresce ogni anno. Il monastero della Sabina ospita oggi una decina tra monaci residenti e novizi, oltre a centinaia di visitatori ogni stagione. Tra i progetti futuri ci sono nuove celle per la meditazione e corsi aperti anche ai bambini.
E mentre le foglie cominciano a ingiallire sulle colline sabine, sotto l’albero che accoglie i pasti comunitari resta una sensazione familiare. Come racconta una giovane praticante romana: «Qui nessuno ti chiede chi sei. Basta sedersi e ascoltare il silenzio».