Andrea Vilchez: il mondo del calcio attraverso l’obiettivo di una fotografa appassionata

Luca Mangano

4 Aprile 2026

Roma, 4 aprile 2026 – Sotto la pioggia che bagna una linea laterale e in uno stadio gremito di tifosi sotto i riflettori, Francesca Rinaldi, 38 anni, romana e fotografa sportiva, ripercorre i suoi anni dietro l’obiettivo sui campi di calcio italiani. Un lavoro fatto di attese lunghe e scatti rubati al momento giusto: “Non basta sapere come si gioca, devi saper anticipare le emozioni”, racconta. I suoi ricordi si mescolano a grandi partite e a dettagli che sono rimasti impressi solo sulle sue foto, mai nelle cronache.

Dietro l’obiettivo: il calcio visto da bordo campo

Sono le 19.45 quando Francesca arriva al “Mazza” di Ferrara, reflex a tracolla. Per lei, come per molti colleghi, la partita comincia molto prima del fischio d’inizio. “C’è un momento – confida – in cui i giocatori entrano in campo, voltano la testa verso la tribuna o si sistemano la maglia. Sono sguardi veloci, gesti quasi automatici. Ma spesso quello scatto racchiude tutto il senso della partita”.

Tra le sue foto più amate c’è quella della rete di Immobile contro la Juventus, semifinale di Coppa Italia 2017: “Pioveva forte, avevo le mani gelate. Però quando Ciro è corso sotto la curva ho visto un ragazzo felice più che un campione. Lo scatto ha trasformato la pioggia in una cornice naturale”. Nei giorni dopo quella foto ha fatto il giro dei social e delle testate nazionali.

Il mestiere e la fatica del raccontare

Fare la fotografa sportiva richiede occhio sveglio e reazioni rapide. “Spesso mi chiedono: ‘Ma tu vedi davvero la partita?’. In realtà vedi solo pezzi sparsi: una caduta, un abbraccio in panchina, le mani che stringono il pallone prima di un rigore”, spiega Francesca. Molto dipende da dove ti posizioni: “A volte scelgo un angolo perché ho notato un papà sugli spalti o una curva particolarmente calda”.

C’è però anche il lato difficile: tensione costante per novanta minuti, regole ferree ai bordocampo, spazi stretti per muoversi. “All’Olimpico spesso siamo schiena contro schiena con altri fotografi”, ricorda. “E solo lì ti rendi conto che puoi perdere un gol per uno stacco di testa improvviso”.

Attimi unici e piccole storie

Alcuni scatti non finiscono mai sulle prime pagine ma restano dentro chi li fa. Come quel momento durante un derby primavera Roma-Lazio nel 2019: “Un ragazzino con una maglia troppo larga e le ginocchia sbucciate esulta stringendo la mano del mister. Nessuno lo guardava tranne me”. O quella partita di Serie C in un sabato pomeriggio nebbioso a Gubbio: “Pochi spettatori sugli spalti ma alla fine il portiere ha abbracciato la mamma vicino al cancello”.

Questi momenti “invisibili” – come li chiama lei – raccontano il calcio minore molto più delle statistiche. “Le serie inferiori hanno una bellezza ruvida: ragazzi che si giocano tutto davanti a cinquanta persone e padri che urlano come fosse una finale mondiale”.

L’attrezzatura conta, ma contano di più le persone

Le macchine fotografiche cambiano — da Nikon D4 a mirrorless Sony — si aggiornano obiettivi e software d’editing diventano sempre più veloci. Ma Francesca sottolinea che “la vera differenza sta nel saper leggere uno sguardo”. Nei corridoi degli stadi i veterani si riconoscono dai piccoli rituali: un cappellino sgualcito per proteggersi dal sole o una borraccia sempre pronta nello zaino.

Nei grandi match europei il ritmo è diverso. All’Allianz Arena di Monaco — finale Champions League 2025 — Francesca ricorda di aver aspettato più di un’ora dopo la gara solo per consegnare le memory card all’ufficio stampa UEFA. “C’erano colleghi da ogni parte del mondo, tutti a caccia dell’attimo che avrebbe fatto il giro del web”.

La foto preferita? Quella che non ti aspetti

Quando le chiediamo qual è la sua immagine del cuore, Francesca sorride e ci pensa su qualche secondo. “Forse non è quella più tecnica. Forse uno scatto notturno a Marassi, Sampdoria contro Milan: sugli spalti c’era una signora anziana con l’ombrello rosso e una sciarpa consumata. Tutto lo stadio era in piedi per una punizione al novantesimo minuto. In quel momento ho fotografato solo lei: il calcio era tutto lì”.

Raccontare il calcio con una macchina fotografica resta per Francesca una sfida diversa ogni volta. “Bisogna stare attenti ai dettagli”, chiude. “Spesso quello che resta negli occhi alla fine non è il tabellino ma un’espressione fuori dal campo”.

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