Mohács, 5 settembre 2026 – Sulle rive del Danubio, nel profondo sud dell’Ungheria, il Carnevale di Mohács è tornato a essere l’appuntamento clou per la gente del posto e per i tanti visitatori che arrivano da ogni angolo d’Europa. Dal 2 al 9 febbraio, come da tradizione, la piccola cittadina si è trasformata in un caleidoscopio di maschere grottesche, pellicce e riti antichi: il celebre “Busójárás” resta una delle feste più sentite e dibattute del calendario magiaro.
Origini antiche e riti tramandati
Per chi arriva da fuori, capire cosa rende speciale la settimana del Carnevale di Mohács non è affatto semplice. Le radici affondano nell’epoca ottomana, almeno stando agli storici locali: “Si dice che gli abitanti si mascherassero per spaventare gli invasori turchi”, spiega il professore Tibor Ádám, esperto di folklore ungherese. Ma probabilmente queste maschere esistevano già prima, legate a riti di fertilità e alla cacciata dell’inverno. Tra i protagonisti più famosi ci sono proprio i “busó”, uomini coperti da pesanti pelli di pecora e maschere in legno intagliate a mano, che girano rumorosi tra le bancarelle e i palchi, spesso con campanacci o strumenti musicali rumorosi.
Folla, costumi e atmosfera
Le immagini delle strade di Mohács durante il Carnevale raccontano una vivacità difficile da trovare altrove. Domenica scorsa, poco dopo le undici, centinaia di busó hanno invaso la piazza principale tra lo stupore dei turisti tedeschi e la gioia dei bambini locali. L’aria è piena dell’odore pungente dei fuochi accesi agli angoli delle strade, con piccoli gruppi intenti ad arrostire salsicce e pane scuro. “Siamo qui per vedere le maschere dal vivo”, racconta una coppia venuta da Budapest, “qui non c’è niente di simile”. Ma il Carnevale non è solo spettacolo: nei bar si chiacchiera fitto, si brinda con pálinka — il liquore locale — e si balla fino a tardi.
Un rituale riconosciuto dall’UNESCO
Dal 2009 il Carnevale di Mohács figura nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO. Un riconoscimento importante che però non ha snaturato l’atmosfera rilassata della festa — anzi — ha attirato ogni anno sempre più persone. Secondo i dati dell’ufficio turistico locale, nel 2025 hanno superato quota 40.000 i partecipanti in sette giorni. “Non vogliamo che diventi una semplice festa turistica senza anima”, avverte Katalin Horváth, volontaria dell’associazione Busójárás Egyesület. “Ma è fondamentale trasmettere questa tradizione ai più giovani.”
Impatto economico e logistica
Nei giorni del Carnevale trovare un posto letto a Mohács o nei dintorni è quasi un’impresa. Gli alberghi sono al completo da mesi; i ristoranti offrono menù tipici ma con prezzi ben più alti del solito (un piatto di gulasch può superare i 12 euro); mentre gli artigiani vendono maschere originali anche a 100 euro. “Per noi commercianti questa è la stagione d’oro”, ammette János Varga senza troppi giri di parole, gestore di un chiosco storico sul Danubio. Gli organizzatori hanno intensificato i controlli e disposto presidi medici straordinari nelle zone più affollate.
Tra modernità e tradizione
Se da un lato la festa mantiene vive le sue antiche ritualità — come la sfilata finale con la nave bruciata sul fiume, evento clou atteso da tutti — dall’altro si vedono segnali nuovi: social pieni di dirette video, giovani che reinterpretano i costumi tradizionali e visitatori persino dal Giappone o dagli Stati Uniti. Non mancano le polemiche: “La tradizione rischia di perdere la sua essenza”, ha scritto un giornalista locale su Délmagyarország; ma per altri proprio questa vitalità garantisce il futuro della festa. Basta però camminare tra le viuzze nel pomeriggio, ascoltare il tambureggiare dei passi e il vociare dei busó per capire che qui — almeno qui — il Carnevale resta una cosa seria.
Il cuore pulsante del Danubio
“Quando indosso questa maschera sento di far parte di qualcosa più grande”, confida Péter Szabó, trentadue anni, uno dei busó più esperti. Parole che risuonano spesso tra gli abitanti di Mohács: un senso forte di appartenenza, orgoglio per la propria terra e voglia di accogliere senza perdere l’identità. Così ogni inverno — puntuale come la nebbia sul Danubio — la città torna a vivere i suoi giorni migliori. Solo allora, tra fuochi accesi e cori improvvisati, passato e presente sembrano davvero confondersi fino a diventare uno solo.