Città del Capo, 25 settembre 2026 – Tuffarsi tra gli squali senza la protezione di una gabbia, nelle acque dell’oceano davanti a Gansbaai (Sudafrica), può sembrare un atto di pura follia. E invece, da qualche anno a questa parte, sempre più sub scelgono questa avventura fuori dal comune: vogliono vedere da vicino – in apnea o con le bombole – come si comportano davvero questi predatori. La promessa? Un incontro autentico e la voglia di sfatare, almeno per qualche ora, quei miti che circondano gli squali.
Squali: paura e stupore si intrecciano
Chi si è immerso a Gansbaai racconta un mix di emozioni forti. Non c’è solo l’adrenalina: c’è anche molto rispetto. “Mi aspettavo un attacco, invece gli squali sono venuti piano, quasi come se non importassi. Nessuna aggressività, solo una certa attenzione ai miei movimenti”, ha detto ieri a alanews.it Andrea Rossetti, 38 anni, milanese e subacqueo per passione. Un racconto che torna spesso tra chi prova il shark diving senza gabbia: la paura iniziale si dissolve e lascia spazio a uno sguardo più chiaro, meno condizionato dai film o dalle storie horror.
Anche i numeri aiutano a mettere le cose in prospettiva. Uno studio della University of Miami, uscito nel 2025 su Marine Ecology Progress Series, mostra che gli attacchi non provocati agli esseri umani sono molto rari. Negli ultimi dodici mesi in Sudafrica ci sono stati quattro incidenti registrati: nessuno coinvolgeva turisti impegnati in immersioni organizzate. “Il rischio c’è, ma è molto più basso di quello che si pensa”, ha spiegato il biologo marino sudafricano Pieter Brandt durante una conferenza a Cape Town.
Dentro l’immersione oltre la zona di comfort
Gli operatori locali, come la società Shark Explorers guidata da Michael Rutzen, seguono un protocollo preciso: briefing la mattina presto, controlli sull’equipaggiamento e regole ferree su movimenti e distanze da mantenere. Il gruppo entra in acqua verso le 9 – con il sole già alto sull’oceano – e rimane tra i 5 e i 10 metri di profondità per circa mezz’ora. Tutti indossano muta integrale e maschera; niente gabbie o reti: solo un bastoncino leggero per difesa personale.
Lo scenario smentisce il mito dell’attacco improvviso: “Vediamo squali pinna nera e squali toro; qualche volta uno squalo bianco si fa vedere piano piano – racconta Rutzen – ma quasi mai mostra interesse vero verso le persone”. L’atmosfera resta tesa solo all’inizio; poi, molti dicono che subentra una specie di calma insolita. “Quando nuoti con loro ti rendi conto che sei tu l’intruso”, confessa Thomas Booysen, ventidue anni, uno dei più giovani del gruppo.
Il business dell’adrenalina sotto controllo
Il turismo legato allo shark diving senza gabbia cresce costantemente: si stimano circa 5 mila immersioni l’anno solo tra Gansbaai e Mossel Bay. Il prezzo medio va dai 180 ai 240 euro a persona, tutto incluso – equipaggiamento e assicurazione compresi. Gli operatori tengono a sottolineare la presenza fissa di guide qualificate. “Collaboriamo con biologi marini, non con improvvisati – spiega Rutzen – perché sicurezza e rispetto degli animali devono andare insieme”.
Non mancano però le critiche. Alcuni ambientalisti temono che queste immersioni cambino l’abitudine alimentare degli squali soprattutto dove si usa esca per attirarli. Le autorità sudafricane hanno messo regole chiare sull’uso del cibo in acqua: il rischio è che gli squali imparino ad associare l’uomo al cibo.
Meno miti e più realtà
Per Sibongile Mbatha, guida locale, “chi esce dall’acqua non dimentica quel loro sguardo: non c’è rabbia o odio, solo istinto”. Forse è proprio questo il punto: l’incontro ravvicinato spazza via molte paure ingiustificate e rimette uomo e squalo sullo stesso piano.
I dati confermano che la maggior parte degli squali rappresenta un rischio minimo per noi. Le ricerche della britannica Shark Trust dicono che nel 90% delle interazioni non succede nulla di spiacevole. Un risultato che spinge anche alcune scuole di immersione italiane a proporre corsi teorici sulla sicurezza in mare.
Immergersi senza gabbia resta una sfida più mentale che fisica. Un’esperienza capace di cambiare per sempre il modo in cui guardiamo questi predatori – almeno per un po’. Perché come raccontano i sub al termine della giornata a Gansbaai, “solo allora capisci che la paura era tutta nella testa”.