Milano, 11 ottobre 2026 – Francis Halzen, fisico belga naturalizzato statunitense, ha conquistato ieri il Premio Nobel per la Fisica 2026 grazie al suo ruolo fondamentale nella creazione di IceCube, l’osservatorio di neutrini incastonato nel ghiaccio antartico. L’annuncio, arrivato puntuale da Stoccolma alle 11.45, ha subito acceso i riflettori su uno dei progetti scientifici più ambiziosi degli ultimi decenni. Oggi, nell’Aula Magna dell’Università Statale di Milano, scienziati e studenti si sono ritrovati per riflettere sul valore di questa scoperta e sul futuro delle ricerche sui neutrini.
Francis Halzen e la rivoluzione dei neutrini
Il premio a Halzen, che ha festeggiato gli 80 anni a marzo, arriva a coronare una carriera fatta di intuizioni brillanti e una tenacia fuori dal comune. Nato a Tienen, in Belgio, Halzen lavora dal 1972 all’Università del Wisconsin-Madison. È proprio lì, nel 1999, che nasce l’idea di IceCube: un enorme telescopio sepolto sotto il ghiaccio del Polo Sud, a oltre 2.400 metri di profondità, pensato per catturare le elusive particelle chiamate neutrini.
“All’inizio sembrava fantascienza”, ricorda Giorgio Vacchi, docente di fisica a Trieste e uno dei primi italiani coinvolti nel progetto. “Halzen diceva che il ghiaccio era la lente più trasparente che avremmo mai potuto usare. Lo ascoltavamo e non riuscivamo a crederci”.
IceCube: come funziona l’osservatorio nascosto nell’Antartide
L’IceCube Neutrino Observatory è davvero imponente: più di cinquemila sensori ottici immersi in un chilometro cubo di ghiaccio antartico, vicino alla stazione Amundsen-Scott. Il loro compito? Semplice solo a dirsi: cercare i neutrini cosmici, particelle quasi invisibili che attraversano la materia senza quasi lasciare traccia ma che potrebbero svelare i segreti dell’universo.
I lavori sono partiti nel 2005; l’impianto ha cominciato a funzionare nel dicembre 2010. Ogni secondo i sensori raccolgono una cascata continua di dati. Ma la vera sfida, spiegano i ricercatori oggi riuniti a Milano, non è solo prendere i dati ma capire cosa significano: “I neutrini sono difficili da individuare perché interagiscono pochissimo con la materia”, spiega Claudia Finzi, astrofisica dell’INFN. “Bisogna saper cogliere segnali chiari e avere tanta pazienza anche per mesi”.
Le scoperte e cosa ci aspetta
Il primo colpo grosso arriva nell’estate del 2013: IceCube identifica un neutrino ad alta energia, soprannominato “Bert” dagli scienziati, probabilmente arrivato da una galassia lontana miliardi di anni luce. Da lì in poi la collaborazione – oggi formata da oltre 300 ricercatori in tutto il mondo – ha raccolto molte altre osservazioni importanti, migliorando gli strumenti e affinando le teorie sull’origine dei raggi cosmici.
Halzen, contattato subito dopo il Nobel, ha detto: “La vera rivoluzione è solo all’inizio”. “Per anni abbiamo raccolto indizi sparsi – ha aggiunto – come detective sulle tracce di un mistero cosmico. Ora finalmente possiamo collegare i puntini”.
A Milano si è parlato anche del futuro: c’è già in cantiere l’espansione dell’osservatorio (IceCube-Gen2), che potrebbe raddoppiare la sensibilità e allargare l’intervallo delle energie rilevate.
Italia protagonista nella collaborazione internazionale
Tra i tanti coinvolti nella ricerca su IceCube ci sono numerosi italiani. L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) guida dal 2014 la partecipazione italiana al progetto con circa quindici scienziati sparsi tra Padova, Roma e Bari. L’investimento totale dell’Italia negli ultimi dieci anni supera i 12 milioni di euro.
“Qui non si tratta solo di fisica teorica”, sottolinea Paolo Bernardini dell’INFN Padova. “Tecnici e ingegneri vanno ogni anno al Polo Sud per mantenere tutto in funzione. Con -60 gradi d’inverno non è certo una passeggiata”.
Il Nobel rilancia il valore della ricerca fondamentale
La giornata milanese si è chiusa con un dibattito acceso tra docenti e studenti. Il Nobel a Halzen riporta sotto i riflettori il ruolo della ricerca fondamentale, spesso messa da parte nei tagli ai finanziamenti pubblici. A dirlo anche il rettore Elio Franzini: “La curiosità scientifica va sostenuta anche quando non porta subito risultati o ritorni economici”.
I dati raccolti da IceCube non hanno ancora risolto misteri come quello della materia oscura o dei raggi cosmici, ma molti scienziati restano fiduciosi: “Questa è scienza che richiede tempo”, osserva Vacchi. “Non si trovano risposte in un giorno”.
Tra le sedie dell’Aula Magna qualcuno mormorava che il Nobel non cambia le regole del gioco ma dà luce a una comunità scientifica che lavora dietro le quinte – e tra i ghiacci – da più di vent’anni.