Città del Capo, 27 marzo 2026 – Immersioni tra gli squali senza gabbia: un gesto che può sembrare folle, eppure centinaia di persone ogni anno scelgono di tuffarsi proprio qui, lungo le coste del Sudafrica. Lo fanno per mettersi alla prova, per sfidare i propri limiti. Una decisione che sorprende, almeno all’inizio, perché nasce da una percezione ben radicata: gli squali sono visti come predatori spietati. Ma chi ha vissuto questa esperienza e molti esperti sostengono che la verità sia un’altra.
Incontro ravvicinato con gli squali: una realtà meno estrema
La mattina inizia presto al porto di Simon’s Town, a venti chilometri da Città del Capo. Alle 6:30 il molo si anima: c’è chi sistema l’attrezzatura, chi distribuisce le mute e chi, più in disparte, osserva il mare con un misto di tensione e curiosità. “Mi sono svegliata con l’ansia, ma ora non vedo l’ora di tuffarmi”, racconta Giulia, 28 anni, romana. In tutto sono almeno dieci i partecipanti: uomini e donne, turisti e appassionati da diverse parti del mondo.
A bordo arriva un briefing rapido. Peter Jacobs, istruttore con trent’anni di esperienza alle spalle, cerca di rassicurare: “Non siamo qui per provocare gli squali, ma per vederli nel loro ambiente naturale”. Alle 7:05 l’imbarcazione lascia la baia puntando verso le acque dove spesso si vedono esemplari di squalo toro e squalo pinna nera. “Niente attira gli squali come il rumore”, scherza Jacobs mentre spiega come entrare in acqua.
Paura e stupore: cosa accade davvero sott’acqua
Il primo contatto arriva appena la maschera si immerge sotto la superficie. Intorno c’è solo silenzio, interrotto dal respiro nel boccaglio e da qualche segnale concordato con la guida. Dopo pochi minuti – a volte bastano dieci – spuntano i primi squali. Niente scene da film. Nuotano lentamente, senza fretta; sembrano quasi ignorare la presenza umana. “Quando li vedi così da vicino ti rendi conto che non sono affatto aggressivi come ci hanno sempre fatto credere”, racconta Tommaso, 35 anni, milanese appena tornato a bordo.
Gli esperti locali spiegano che quasi tutte le specie che si incontrano qui mostrano scarso interesse per l’uomo. “Gli incidenti sono rarissimi e quasi sempre dovuti a fraintendimenti – chiarisce Jacobs – I pesci feriti attirano più gli squali di una persona ferma”. I dati del South African Shark Conservancy confermano un trend in discesa degli attacchi negli ultimi dieci anni: meno di 80 in tutto il mondo nel 2025, nessuno letale nella regione del Western Cape.
Il mito dello squalo feroce: tra realtà e percezione
Perché allora tanta paura? Film come “Lo Squalo” hanno segnato l’immaginario collettivo con un’immagine precisa: quella dello squalo sempre in agguato pronto ad attaccare. Ma i numeri raccontano un’altra storia. “Gli squali sono fondamentali per la salute degli oceani – spiegano dall’University of Cape Town – regolano gli equilibri tra specie e mantengono in ordine la catena alimentare”.
Alla fine dell’immersione è cambiata anche la percezione dei partecipanti. A bordo si parla ancora dell’esperienza vissuta: c’è chi sorrideva sott’acqua vedendo uno squalo passare a pochi metri, chi ammette di aver tremato all’inizio. Uno degli accompagnatori riassume così: “Solo quando li vedi davvero capisci che la paura era soprattutto dentro di noi”.
Sostenibilità e turismo: un equilibrio fragile
Con l’aumento delle attività di shark diving negli ultimi anni, autorità e operatori locali hanno deciso di mettere regole chiare. Secondo i dati del Dipartimento sudafricano per l’ambiente, ogni anno oltre 15mila persone scelgono questo tipo di avventure sulle coste sudafricane. Si punta a un turismo consapevole: niente esche per attirare gli animali (il cosiddetto chumming), limiti rigorosi agli ingressi giornalieri e obbligo di guide qualificate.
Il rischio è però reale: troppa pressione umana può cambiare le abitudini degli animali marini. “Non possiamo abituarli alla presenza umana”, avverte la dottoressa Lindiwe Nkosi dell’Oceans Research Institute di Mossel Bay.
Le voci dei partecipanti: una sfida personale
Per molti questa è soprattutto una sfida con se stessi. Matteo, 41 anni da Firenze, ammette al ritorno: “Sembrava una pazzia, invece è stato quasi rilassante”. Diversa è stata la reazione di Emma, australiana: “Ho pianto appena risalita per l’emozione”.
L’esperienza si chiude tra strette di mano e sorrisi sinceri. Le paure restano lontane insieme alla muta bagnata; quello che rimane è il rispetto – forte e concreto – per un animale ancora poco conosciuto ma fondamentale per l’equilibrio marino. Gli squali, insomma, restano i protagonisti incontrastati degli abissi oceanici… ma non sempre nel ruolo del predatore spietato della nostra immaginazione.