Pescara, 1 ottobre 2026 – La Majella, da sempre un punto fisso all’orizzonte abruzzese, continua a segnare la vita e la memoria di chi vive su queste montagne. Il suo profilo imponente si staglia dietro le case di Sulmona, si intravede tra le gole sopra Caramanico e si distende lungo i pendii che circondano Guardiagrele. Qui, il monte non è solo geografia: è storia, è vissuto. In questo inizio d’ottobre, quando le nebbie mattutine – ora dense, ora leggere – lasciano spazio a un cielo azzurro limpido e alle prime ombre fredde dell’autunno, la Majella racconta da sempre il suo legame profondo con questa terra.
Un simbolo identitario tra passato e presente
Viene chiamata la “montagna madre”, un nome che torna spesso nei racconti dei pastori, nelle poesie degli scrittori e nei ricordi degli emigrati partiti da qui. Con i suoi 2.793 metri (Monte Amaro), la Majella non è solo un massiccio roccioso: è un simbolo culturale che si sente in ogni angolo d’Abruzzo. “Ogni volta che torno e vedo la Majella, capisco di essere a casa”, dice Teresa Di Carlo, 71 anni, nata a Fara San Martino e residente a Milano dagli anni ’80. Non è solo nostalgia: quella montagna rappresenta ancora oggi un filo diretto tra generazioni diverse, fra chi è rimasto e chi invece ha dovuto partire.
Storie, silenzi, memorie
In primavera e in estate i sentieri verso la cima – come quello da Passo San Leonardo – sono affollati di escursionisti e appassionati della natura. Ma d’inverno cambia tutto: il silenzio diventa quasi totale, rotto soltanto dal vento che spazza le creste o dal rumore lontano di una valanga. Chi vive qui parla della Majella con rispetto quasi sacro. “La Majella va ascoltata”, spiega il guardiaparco Luciano Di Tommaso. “Non è solo un posto da vedere: ogni pietra ha una storia da raccontare”. Vecchie mulattiere, eremi nascosti tra le rocce come San Bartolomeo in Legio o Santo Spirito a Majella, borghi come Decontra e Pacentro, che sembrano aggrappati alle pendici: tutto parla di un passato ancora vivo.
Natura selvaggia e protetta
Dal 1991 il territorio è tutelato dal Parco Nazionale della Majella, nato per proteggere una biodiversità unica: dagli orsi marsicani ai lupi appenninici fino alle aquile reali. Il parco si estende su più di 74 mila ettari toccando quattro province (Chieti, L’Aquila, Pescara e una piccola parte di Campobasso). Gli ultimi dati dell’Ente Parco parlano chiaro: più di 2.100 specie vegetali crescono qui, pari al 30% della flora italiana. “La varietà degli ambienti è impressionante”, osserva il botanico Andrea Fiorilli dell’Università dell’Aquila. Ci sono però problemi concreti: frane frequenti dopo piogge intense e cambiamenti climatici che sconvolgono i ritmi naturali della neve e della fioritura.
Una montagna vissuta e amata
Nonostante tutto ciò che cambia, la presenza della Majella resta una costante nella vita degli abruzzesi. Al mattino presto i pastori portano ancora le pecore sugli alti pascoli di Campo di Giove. Nei paesi si raccontano storie di eremiti vissuti nelle grotte della valle dell’Orfento. Nei bar di Palena, anziani e ragazzi condividono ricordi di inverni durissimi e estati fresche dove la montagna era rifugio sicuro dal caldo opprimente della costa. La montagna unisce – a volte divide – ma soprattutto resta.
Identità e futuro
Oggi il turismo cresce – soprattutto nei fine settimana autunnali – con camminate organizzate, degustazioni nei rifugi ed eventi legati ai prodotti tipici come il miele di sulla o il formaggio pecorino. Ma la vera sfida resta mantenere vivo quel legame forte tra territorio e comunità locale. “Proteggere la Majella significa proteggere noi stessi”, riflette don Angelo D’Addario, parroco di Guardiagrele. Solo così questa montagna potrà continuare a essere – per chi resta e per chi torna – non solo uno splendido paesaggio ma anche casa e radice profonda.