Ocean Viking torna nel Mediterraneo centrale: sfida alla violenza libica dopo l’attacco a colpi di mitra

Silvana Lopez

2 Gennaio 2026

Palermo, 2 gennaio 2026 – Dopo mesi di fermo forzato, la nave Sea-Watch 4 è di nuovo in viaggio verso il Mediterraneo centrale. Era la fine di agosto quando, in quel tratto di mare tra Libia e Lampedusa, il rimorchiatore della ONG tedesca è stato preso di mira da raffiche di mitra: più di venti minuti di paura, come raccontano gli stessi operatori a bordo. L’attacco – confermato da fonti della Sea-Watch – sarebbe partito da una motovedetta della Guardia costiera libica. Fortunatamente nessuno è rimasto ferito, ma il panico e i vetri in frantumi hanno segnato quei momenti. Oggi, dopo una lunga inchiesta internazionale e diversi appelli delle associazioni umanitarie, la nave torna in zona per riprendere le operazioni di soccorso.

Mediterraneo centrale, una zona caldissima per le ONG

Erano le 6 del mattino del 29 agosto quando la Sea-Watch 4 si è trovata a incrociare una motovedetta a circa 40 miglia dalle coste libiche. Il comandante – si legge nel rapporto interno – ha subito ordinato di allontanarsi, temendo un avvicinamento non autorizzato. È stato solo allora che sono partiti i primi colpi d’arma da fuoco. “Abbiamo sentito le raffiche, pensavamo fosse un segnale – ricorda ieri Sarah Greer, medico di bordo – ma poi abbiamo capito che stavano sparando contro di noi”. Nella confusione alcuni membri dell’equipaggio si sono rifugiati sotto coperta. Una finestra è stata sfondata, mentre la radio continuava a trasmettere richieste di aiuto.

Secondo Alarm Phone, il servizio di emergenza per i migranti, in quella zona erano almeno tre gommoni in difficoltà. “La Guardia costiera libica – spiega un portavoce della ONG – era lì proprio per respingere chi cercava di attraversare verso l’Italia”. Non è chiaro se siano stati sparati altri colpi contro imbarcazioni diverse dalla Sea-Watch. Ma l’episodio ha riacceso il dibattito sulla presenza delle organizzazioni umanitarie nelle acque internazionali e sulle condizioni in cui devono operare le missioni europee.

Le reazioni delle autorità italiane ed europee

Il Ministero dell’Interno, guidato da Andrea Donnarumma, aveva subito chiesto chiarimenti tramite i canali diplomatici. “Non tolleriamo azioni che mettano a rischio vite umane e personale civile”, aveva detto il ministro nei giorni immediatamente successivi all’attacco. Da Bruxelles, la Commissione Europea ha ribadito l’urgenza di garantire la sicurezza dei corridoi umanitari e ha chiesto una revisione degli accordi con la Libia. “Serve trasparenza nelle operazioni di controllo alle frontiere sud”, ha sottolineato Ylva Johansson, commissaria agli Affari interni.

Intanto resta sullo sfondo la questione della gestione dei flussi migratori: solo nel 2025 sono sbarcati in Italia oltre 94mila migranti, con un aumento del 18% rispetto all’anno prima secondo i dati del Viminale. Molti arrivano proprio dalla Libia e da Paesi dell’Africa subsahariana. L’episodio della Sea-Watch 4 ha acceso polemiche tra chi accusa le ONG di interferire con le attività delle autorità locali e chi invece insiste sulla necessità dei salvataggi nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Ripartono le operazioni tra tensione e precauzioni

Dopo l’incidente, la nave è stata sottoposta a controlli tecnici sia a Palermo sia ad Augusta. Alcuni danni sono stati riparati nel giro di cinque settimane: i vetri colpiti dai proiettili sono stati sostituiti, così come rivisti i sistemi di comunicazione satellitare. La decisione di tornare in mare arriva dopo diversi incontri con le autorità italiane e con Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne. Secondo fonti interne alla ONG questa nuova missione sarà concentrata nella fascia tra Lampedusa e Libia con l’obiettivo dichiarato di monitorare e segnalare situazioni d’emergenza.

“La nostra presenza è fondamentale”, spiega Matteo Cattaneo, responsabile operativo. “Sappiamo che ci sono rischi, ma non possiamo restare fermi mentre continuano i naufragi”. Un messaggio condiviso anche da Medici Senza Frontiere: “Bisogna rafforzare il coordinamento tra ONG e istituzioni per evitare altre tragedie”, sottolineano da Roma. Tuttavia la tensione resta alta: nei giorni scorsi la Guardia costiera libica ha ribadito l’intenzione di “difendere la sovranità nazionale” contro quelle che definisce “ingerenze straniere”.

La rotta libica ancora sotto pressione

Il ritorno della Sea-Watch 4 nel Mediterraneo centrale mette ancora una volta sotto i riflettori una questione vecchia: manca chiarezza sulle regole per gestire i soccorsi in mare e per i rapporti tra Stati coinvolti. Le organizzazioni umanitarie chiedono da tempo una presenza europea stabile nella zona Sar (Search and Rescue) al largo della Libia. Solo nell’ultimo anno, secondo l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), oltre 2.500 persone risultano disperse o morte durante la traversata.

In serata dal porto di Trapani arriva un messaggio chiaro: “Non rinunciamo al diritto di salvare vite”, dice uno dei volontari appena partiti. La nave ha lasciato gli ormeggi alle 21:47; quello che accadrà nei prossimi giorni dipenderà anche dal meteo e dalle decisioni delle autorità internazionali. Nel Mediterraneo centrale si incrociano ancora paura e speranza.

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