La Paz, 10 ottobre 2026 – Nel cuore dell’altopiano boliviano, il Salar de Uyuni regala un paesaggio che sembra sfidare la realtà: qui, tra le province di Potosí e Oruro, chi si avventura su questa distesa di sale – la più vasta al mondo con oltre 10.500 chilometri quadrati – ha l’impressione di camminare su uno specchio che riflette il cielo. Per un attimo sembra davvero possibile toccare le nuvole restando con i piedi ben saldi a terra. L’alba è spuntata poco dopo le 6, con il vento che ha iniziato a soffiare da nord, sollevando piccoli cristalli bianchi. Mentre qualche viaggiatore scendeva dal fuoristrada, la luce accarezzava le tracce lasciate nella crosta: impronte fragili di una notte gelida.
Salar de Uyuni, lo specchio del cielo
Il Salar de Uyuni, secondo i dati dell’Instituto Nacional de Estadística boliviano, si trova a oltre 3.600 metri di altitudine. Nei mesi delle piogge, da dicembre a marzo, uno strato sottile d’acqua trasforma questa distesa in un gigantesco specchio naturale. “Si ha davvero la sensazione di perdersi tra le nuvole”, racconta Lucía Torres, guida locale. “Molti turisti restano fermi per minuti interi a guardare quel riflesso”. La superficie è così uniforme che la NASA la usa per calibrare i satelliti, approfittando della sua precisione.
Chi parte da La Paz spesso sceglie l’autobus notturno: sono dieci ore su strade che passano accanto a piccoli villaggi e campi coltivati. Gli alloggi si trovano sparsi tra Uyuni e Colchani; alcuni sono persino costruiti interamente con blocchi di sale.
Fra leggende e dati: un territorio unico
Non mancano le storie legate a questo posto: secondo la tradizione aymara, il salar è nato dalle lacrime della dea Tunupa. Più pragmaticamente, i geologi boliviani spiegano che questa pianura deriva dall’evaporazione di antichi laghi preistorici come il lago Minchin, milioni di anni fa. Sotto la crosta – fanno sapere fonti governative – giacciono immense riserve di litio, elemento fondamentale per le batterie delle auto elettriche moderne.
Il governo boliviano ha annunciato l’intenzione di investire nel litio cercando un equilibrio fra sviluppo economico e tutela dell’ambiente. “È una risorsa strategica”, ha spiegato nei mesi scorsi il ministro delle Miniere Edgar Veizaga. Ma gli ambientalisti rimangono scettici sulla sostenibilità dell’estrazione.
Esperienze tra sale e silenzi
Durante il giorno la luce diventa intensa e i colori cambiano dal bianco quasi abbagliante a un azzurro delicato. A mezzogiorno la temperatura può superare i 20 gradi; ma al tramonto arriva un freddo improvviso che non dà tregua. Le agenzie turistiche – fra cui la storica Red Planet Expedition – organizzano escursioni all’isola Incahuasi: un isolotto roccioso coperto da cactus giganti, alti anche più di dieci metri. “Lì in mezzo si sente solo il vento”, confida Jorge Paredes, autista esperto.
Non ci sono negozi né distributori lungo il percorso: acqua e cibo vanno portati con sé. Un tour di tre giorni – ingresso alla Reserva Eduardo Avaroa incluso – costa dai 150 ai 300 dollari circa. Alcuni visitatori fanno tappa al cimitero dei treni fuori Uyuni, dove vecchi vagoni arrugginiti raccontano la storia mineraria del paese.
Tra turismo e futuro incerto
Secondo i dati del Ministero del Turismo boliviano, nel 2025 più di 400mila turisti stranieri hanno visitato l’area del Salar de Uyuni. Gli operatori locali sperano in una crescita continua, spinti dalla domanda internazionale di nuove mete ed esperienze autentiche. Ma il rapporto tra turismo e sfruttamento delle risorse minerarie resta fonte di tensioni. Le comunità indigene – alcune ancora impegnate nella raccolta artigianale del sale – chiedono maggiore voce nelle decisioni.
Ieri pomeriggio a Colchani, alle 16 in punto, un gruppo di bambini raccoglieva mucchi di cristalli fuori dal piccolo laboratorio di famiglia: “Lo facciamo come facevano i nostri nonni”, racconta Juana Mamani, che lavora qui da oltre trent’anni.
Lo specchio come promessa
Camminare nel Salar de Uyuni non è solo attraversare uno spazio senza fine: è varcare una soglia sospesa fra presente e futuro. Le foto che arrivano dai telefoni dei viaggiatori – riflessi perfetti all’alba o sagome contro luce verso l’infinito – non riescono mai a catturare fino in fondo quel silenzio profondo che si percepisce in quei momenti. Solo allora si capisce cosa significa camminare sul cielo senza perdere contatto con la terra sotto i piedi.