Seul, 5 gennaio 2026 – In Corea del Sud, chi vuole immergersi nella cultura buddista ha una chance concreta e quotidiana: partecipare al Temple Stay, un programma che da più di vent’anni permette ai visitatori di dormire nei templi, vivendo da vicino i ritmi, i silenzi e le abitudini dei monaci. Non è solo un posto dove passare la notte, ma un’esperienza vera. Dal centro di Seul fino alle vallate del Gyeongsang, ogni anno migliaia di persone – studenti, manager, pensionati – cercano così di scoprire i rituali della spiritualità orientale.
Dormire tra i monaci: l’offerta del Temple Stay
Sono almeno 150 i templi sparsi per tutta la Corea che offrono il programma Temple Stay, secondo la Korean Buddhist Cultural Foundation. Alcuni sono a pochi minuti di metropolitana dal centro di Seul. Il più famoso è il Jogyesa, proprio in città, frequentato da cittadini e turisti. Altri si trovano nascosti tra montagne e boschi, come il suggestivo Haeinsa nella provincia di Gyeongsangnam-do, noto per custodire la Tripitaka Koreana. L’esperienza cambia a seconda del posto e della stagione, ma il modello resta sempre lo stesso: si arriva nel tardo pomeriggio (intorno alle 16), si ricevono abiti comodi e ci si prepara ad ascoltare il suono dei gong. “Chi viene qui non cerca il lusso – dice il Venerabile Seongjin, monaco del Bulguksa – ma vuole capire chi è e che cosa rappresenta la Corea”.
Rituali, meditazione e pasti condivisi
Niente sveglia elettronica. Alle 4:30 del mattino una campana di bronzo risuona nelle celle e invita tutti alla cerimonia dell’alba. Da quel momento la giornata scorre tra meditazione seduta o camminata, recitazione dei sutra e lavori comunitari. I pasti sono rigorosamente vegetariani e consumati in silenzio, seguendo le regole buddiste. “Si impara a mangiare con calma, a gustare ogni boccone”, racconta Simona Giardini, una partecipante italiana. Spesso i monaci organizzano anche lezioni di calligrafia o piccoli laboratori di cucina tradizionale. Nel weekend si aggiungono programmi dedicati alle famiglie o ai bambini delle scuole locali.
Una pausa dal digitale in un mondo frenetico
Con gli smartphone spenti e senza Wi-Fi, il Temple Stay diventa un’occasione per “staccare”, anche solo per una notte o due, dalla pressione della città e dalla routine digitale. Le regole sono poche ma chiare: silenzio durante le pratiche, rispetto degli spazi comuni e niente foto durante i rituali. Non servono competenze religiose o esperienze pregresse. “Abbiamo ospitato impiegati stressati come giovani viaggiatori – spiega l’Abate del Beomeosa alla stampa locale – chiunque può trovare qualcosa che gli resta dentro”.
Prezzi accessibili e prenotazioni semplici
Il costo varia a seconda del tempio e della durata: in media un pernottamento costa tra i 40 e i 70 euro, con pasti inclusi. Molti templi offrono anche programmi speciali per gruppi o studenti a tariffe ridotte. Le prenotazioni si fanno online su siti ufficiali come templestay.com, disponibile anche in inglese; la richiesta cresce soprattutto in primavera e autunno, quando fioriscono i ciliegi o cambiano i colori delle foglie.
Un impatto culturale forte: le testimonianze
Dal 2002, poco prima dei Mondiali organizzati da Corea e Giappone, il programma Temple Stay ha accolto oltre 4 milioni di visitatori – molti europei e italiani inclusi –, aiutando non solo le comunità monastiche ma promuovendo un tipo diverso di turismo. “Non avevo mai visto i bambini così attenti”, racconta una maestra che ha portato la sua classe al tempio Jogyesa. Alcuni tornano più volte l’anno; altri parlano addirittura di “lezione di semplicità”.
Un’esperienza aperta tutto l’anno
I templi restano aperti sempre, anche durante feste importanti come il Buddha’s Birthday a maggio o il capodanno lunare. In quei giorni l’afflusso cresce molto e molte famiglie coreane partecipano insieme agli stranieri ai riti tradizionali. “Da quando abbiamo lanciato questa iniziativa”, ricorda un responsabile della Korean Buddhist Cultural Foundation, “abbiamo visto cambiare anche lo sguardo dei coreani sul loro stesso patrimonio spirituale”. Così, sotto la neve d’inverno o nella luce calda dell’autunno, chi sceglie di fermarsi qualche giorno trova non solo riposo ma spesso anche domande nuove da portarsi dietro.