Kampala, 28 settembre 2026 – Lungo i margini del Bwindi Impenetrable National Park, in Uganda, stanno crescendo migliaia di piante medicinali e alberi da legname. È un progetto partito nei primi mesi del 2026, spinto dal governo di Kampala, che vuole cambiare il rapporto tra le comunità locali e questo parco che ospita quasi metà della popolazione mondiale di gorilla di montagna. L’idea, annunciata ad aprile dal Ministero dell’Ambiente, è semplice ma delicata: aiutare l’economia delle famiglie che vivono vicino alla foresta e, allo stesso tempo, ridurre i conflitti e i danni agli habitat protetti.
Sostegno alle comunità, tutela degli habitat
I numeri parlano chiaro: più del 40% delle persone che abitano nei villaggi intorno al parco — tra Kanungu, Kisoro e Rubanda — si affida ancora alle risorse della foresta per arrotondare il bilancio familiare. “Le pressioni sull’ecosistema sono evidenti. Ma le persone hanno bisogno di soluzioni concrete”, spiega Beatrice Byarugaba, responsabile del progetto al Ministero dell’Ambiente. Tra giugno e agosto sono state messe a dimora oltre 12.000 piante, scelte con cura: dal Prunus africana, usato per farmaci contro le malattie della prostata, all’Eucalyptus grandis, destinato al mercato del legname.
Alcune mattine d’agosto è stato comune vedere decine di uomini e donne con pale in mano, allinearsi lungo confini segnati da vecchie pietre e sentieri polverosi. “Non avevamo mai potuto coltivare queste specie preziose”, racconta Grace Tumushabe di Buhoma. “Ora finalmente possiamo farlo vicino a casa”.
Ridurre il conflitto tra uomo e fauna selvatica
Il vero nodo resta la convivenza con gli animali selvatici: elefanti, scimmie e soprattutto gorilla spesso invadono i campi coltivati. Uno studio dell’Università di Makerere pubblicato a luglio 2026 mostra come negli ultimi tre anni ci siano stati oltre 200 episodi di incursioni nel distretto di Kisoro, con danni ai raccolti stimati in circa 150.000 euro. La tensione cresce soprattutto nelle stagioni secche, quando le risorse scarseggiano.
Per questo il governo ha pensato a una “fascia tampone” larga fino a 50 metri: qui le nuove piantagioni dovrebbero fare da barriera naturale ma anche da fonte di reddito per chi abita vicino alla foresta. “Puntiamo a un triplice obiettivo: proteggere i gorilla, limitare i danni ai campi e dare un ritorno economico diretto alle persone”, spiega Moses Kasaija, portavoce del Parco nazionale.
Qualcuno però è scettico sulla velocità dei risultati. “Le piante daranno frutti solo fra qualche anno”, ammette Patrick Mbonigaba, agricoltore locale. “Ma intanto dobbiamo mangiare oggi”. La questione della sopravvivenza immediata resta quindi aperta.
Monitoraggio internazionale e sfide future
Il progetto non passa inosservato nemmeno all’estero. Il Bwindi, patrimonio mondiale Unesco dal 1994, ospita più di 400 gorilla di montagna su circa mille esemplari sparsi in natura. Il rischio è che la crescita demografica porti a tagli illegali o raccolte incontrollate di piante preziose. “Serve un monitoraggio costante”, avverte John Barugahare della Wildlife Conservation Society locale.
Non mancano problemi sul campo: mancano sementi certificate, le strade sterrate diventano spesso impraticabili con la pioggia e la povertà diffusa fa fatica ad accettare tempi lunghi per i primi guadagni. A Ruhija si sono formate almeno cinque cooperative negli ultimi sei mesi per coordinare il lavoro: molte però hanno già dovuto chiudere per mancanza di fondi.
Un test cruciale per la conservazione
Per molti operatori sul posto quello a Bwindi è più che un progetto: è un vero banco di prova — quasi un laboratorio — per la conservazione partecipata in Africa centrale. I fondi arrivano anche dalla Banca Mondiale (circa 2 milioni di dollari in due anni), mentre l’Unione Africana segue con attenzione ogni passo.
Solo col tempo si capirà se questa strategia potrà funzionare anche altrove: un equilibrio difficile tra sviluppo locale e protezione dei grandi primati. Intanto nei campi si lavora duro tra speranza e fatica, con lo sguardo fisso verso la foresta dove i gorilla camminano silenziosi, sospesi tra presente e futuro.