Città del Capo, 23 giugno 2026 – Tuffarsi tra gli squali senza alcuna protezione, a pochi chilometri dalla costa di Gansbaai in Sudafrica, può sembrare una vera pazzia. Eppure, ogni anno sono centinaia – biologi, subacquei e semplici appassionati – quelli che si affidano a guide esperte per vivere questa avventura. Sfidano la paura e, con sorpresa, scoprono che i grandi predatori marini non sono affatto quegli esseri terrificanti raccontati nei film o nelle leggende. A raccontarlo è anche Markus Viljoen, istruttore sudafricano, che ieri mattina alle 8.30 ha portato un gruppo di turisti in acqua, con il mare calmo e l’orizzonte limpido.
Il mito dello squalo e la realtà dell’incontro
Nonostante la fama inquietante degli squali bianchi, la maggior parte delle immersioni finisce senza alcun problema. “All’inizio sei rigido, controlli ogni minimo movimento delle pinne, sembra quasi di sentire il cuore battere forte nelle orecchie”, racconta Silvia Marino, 33 anni, di Milano, che domenica ha partecipato a un’immersione vicino all’isola di Dyer. “Poi li vedi arrivare: nuotano tranquilli, si tengono a distanza. Non ti attaccano. Sembrano solo curiosi”. La guida conferma: secondo i dati della Shark Spotters, nel 2025 in quella zona non è stato registrato nemmeno un attacco a subacquei senza gabbia.
Gli operatori lavorano nel rispetto delle norme internazionali per la sicurezza degli animali. Si usano richiami acustici o piccole quantità di esca per attirare gli squali vicino alle barche, mai oltre il necessario. Il contatto è breve, spesso dura meno di dieci minuti e c’è sempre almeno un paio di istruttori a sorvegliare. Non si forza mai lo squalo ad avvicinarsi: sono loro a decidere se mostrare interesse o andarsene.
Sicurezza e preparazione: cosa succede prima dell’immersione
Prima di tuffarsi in acqua il protocollo è severo. Ogni partecipante riceve una breve formazione – spiega Markus Viljoen – sulle specie più comuni (dallo squalo bronzo al pinna nera), su come muoversi senza fare scatti bruschi e soprattutto su come riconoscere i segnali che indicano agitazione negli animali. L’appuntamento per uscire in mare è di solito verso le 7.30 al piccolo porto di Gansbaai; le attrezzature vengono ricontrollate da uno staff locale esperto.
“Se uno squalo sembra nervoso o aggressivo si esce subito dall’acqua”, racconta Carine De Vries, operatrice belga che lavora in Sudafrica da più di quindici anni. Nessuno fa nulla d’improvvisato. A bordo ci sono sempre bombole di emergenza e almeno due mezzi pronti a intervenire se serve.
Turismo consapevole e conservazione marina
Negli ultimi anni le immersioni con gli shark diving senza gabbia hanno attirato sempre più italiani. Le agenzie specializzate propongono pacchetti che includono lezioni sulla biologia degli squali e incontri con biologi marini locali. “Cerchiamo di far capire che non si tratta solo di adrenalina”, sottolinea De Vries. “Mostriamo come un turismo responsabile contribuisca a finanziare progetti per il monitoraggio, lo studio e la tutela degli ecosistemi”.
Secondo l’Università di Città del Capo, nel 2024 le attività legate agli squali hanno portato oltre 15 milioni di euro alla Western Cape Province. Una parte di questi fondi va a programmi nelle scuole e campagne contro il bracconaggio. Un risultato concreto, commenta Viljoen: “Solo conoscendo questi animali si impara davvero a proteggerli”.
Tra paura e fascinazione: perché lo fanno
Molti partecipanti – giovani e meno giovani – ammettono che la paura rimane fino all’ultimo istante prima del tuffo. C’è chi stringe forte la mano del compagno sul pontile o fissa il mare trattenendo il respiro. “La prima volta pensavo solo a Lo Squalo e al sangue”, sorride Silvia Marino mentre si toglie la muta. “Ma in acqua tutto cambia”. Il tempo sembra rallentare, il silenzio è totale.
Chi torna sulla barca parla di sensazioni diverse: al posto del terrore cinematografico arrivano rispetto e meraviglia. I social si riempiono di video girati con action cam fissate alle braccia o ai caschi, ma non manca chi preferisce tenersi l’esperienza solo per sé.
Una cosa però li accomuna tutti: nessuno parla più degli squali come “mostri”. “Hanno uno sguardo che non ti aspetti”, riflette un ragazzo romano appena tornato in superficie, ancora tremante per l’adrenalina presa poco prima. “Sembrano quasi più timidi di noi”.
Alla fine restano le immagini dell’acqua scura, i lampi dei corpi che appaiono e scompaiono a pochi metri; insieme alla consapevolezza che incontrare uno squalo da così vicino può cambiare per sempre il modo in cui guardiamo il mare – e la paura stessa.