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Silvana Lopez

26 Luglio 2026

Città del Capo, 26 luglio 2026 – Immergersi tra gli squali senza gabbia: un gesto che a molti può sembrare una follia. Eppure, è proprio questa la scelta di tanti turisti nelle acque dell’Oceano Indiano, davanti a Gansbaai, a poca distanza da Città del Capo. Si chiama “shark diving senza protezione” ed è un’esperienza che attira appassionati e curiosi da ogni angolo del mondo, pronti a sfidare le proprie paure e forse a mettere in discussione vecchi stereotipi sugli squali.

L’incontro ravvicinato con gli squali: cosa succede sott’acqua

Da giugno a settembre, in queste acque sudafricane, gruppi di subacquei si tuffano senza le tradizionali gabbie di sicurezza, guidati da esperti. Solo muta, maschera e quel respiro che si fa più affannoso. “È come rompere una barriera mentale. Ti accorgi che gli squali non sono quei mostri spietati che immaginiamo”, spiega Mark Foster, biologo marino di Gansbaai da oltre dieci anni. Qui si trovano soprattutto squalo bianco e pinne nere, che si avvicinano con cautela: girano intorno, osservano ma attaccare è raro.

In acqua la tensione si sente, soprattutto per chi è alla prima esperienza. “Non riesci a pensare ad altro. Li guardi negli occhi e capisci subito che non hanno interesse per te. Si muovono lentamente, come se ti studiassero”, racconta Sophie Martin, turista francese incontrata sul molo alle 9 del mattino.

Paura, sicurezza e regole: perché si può fare

L’idea può sembrare azzardata – e spesso lo è per chi resta sulla barca a guardare dall’alto – ma i numeri dicono un’altra storia: secondo l’International Shark Attack File, nel 2025 nel mondo ci sono stati appena 57 casi di morsi di squalo non provocati, e solo pochi riguardano immersioni senza gabbia. “Quasi tutti gli incidenti nascono da errori di riconoscimento o da comportamenti rischiosi degli esseri umani”, precisa Foster.

Gli organizzatori delle immersioni seguono regole ferree: massimo 5 subacquei per guida, niente oggetti lucenti addosso, movimenti lenti e regolari sott’acqua. Prima della partenza c’è sempre un briefing dettagliato sulle misure di sicurezza; gesti bruschi e flash sono vietati. Chi non rispetta le regole viene escluso immediatamente.

Cambiare la percezione degli squali: non solo paura

Dietro c’è anche un intento più grande: cambiare come vediamo gli squali, spesso solo come minacce da temere. “Ci vuole più conoscenza e meno allarmismo”, sottolinea Foster, che ogni anno porta avanti progetti di educazione ambientale nelle scuole locali. Non solo in Sudafrica: il documentario “Sharkwater” trasmesso dalla BBC nel 2024 ha mostrato come siano invece gli uomini a uccidere circa 100 milioni di squali all’anno per pesca illegale e richiesta delle pinne.

Tra i subacquei si avverte un cambio d’atteggiamento: dopo l’immersione molti raccontano di aver visto lo squalo con occhi nuovi. “Pensavo fosse un predatore spietato, invece ho trovato una creatura attenta e riservata”, confessa Anna Rossi, milanese di 32 anni in viaggio con amici.

Impatto sul turismo e costi dell’esperienza

Lo shark diving senza gabbia sta diventando un vero motore economico nella regione del Capo Occidentale: i dati della South African Tourism Board aggiornati al 2026 parlano di oltre 8mila prenotazioni quest’anno solo per questo tipo di immersione. Il costo medio? Circa 120 euro a persona per due ore in acqua, attrezzatura compresa, con prezzi che salgono nei mesi estivi.

Non mancano però critiche: alcune associazioni ambientaliste chiedono norme più rigide per evitare rischi sia per i subacquei sia per gli animali marini. “Occorre trovare un equilibrio tra turismo e tutela della fauna”, avverte Sandra Botha della Wildlife Protection Society. In Sudafrica è già in corso una revisione dei permessi dopo segnalazioni su comportamenti scorretti da parte di operatori minori.

Chi ci prova (e perché) sfida se stesso

Chi sceglie questa esperienza lo fa per motivazioni diverse: c’è chi cerca l’adrenalina pura, chi vuole superare la paura del mare aperto o semplicemente provare qualcosa fuori dall’ordinario. E sorprendentemente c’è anche chi esce dall’acqua più sereno di prima. “Quando risali in barca e guardi il mare dietro di te – confessa Sophie Martin mentre si asciuga i capelli – capisci che la vera barriera non era fuori ma dentro”. Forse qui comincia davvero il viaggio tra uomo e squalo, lontano dai cliché del cinema e dalle paure ereditate.

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