Gaza, 11 agosto 2026 – Nella striscia di Gaza, dove la guerra ha lasciato cicatrici profonde, il confine tra passato e futuro si legge camminando tra le pietre rotte delle vecchie mura, gli scheletri dei palazzi e i muretti consumati dalla sabbia e dai colpi di arma da fuoco. Qui, dove i bambini giocano tra macerie e polvere, la città sembra trattenere il respiro: ogni angolo racconta storie di assedi, partenze forzate e ritorni che sembrano impossibili.
Guerra e memoria nei resti delle mura
A Gaza la linea che separa la vita dalla semplice sopravvivenza si tocca davvero con mano. Sono le pietre antiche – resti di mura o semplici recinti – a segnare quel confine fra ieri e oggi. Su alcune ancora si vedono scritte in vernice rossa: sigle di fazioni, slogan per la pace o per la lotta. Altre mostrano buchi di proiettile, coperti alla meno peggio con lamiera o stracci. “Qui camminiamo sulla guerra ogni giorno”, racconta Mounir Al-Shurafa, maestro elementare nel quartiere Shuja’iyya. “Non te la scordi mai, nemmeno se provi a distrarti”.
I bambini si inventano giochi tra i detriti. Le donne si fermano a guardare le crepe sulle case, le macchie scure degli esplosivi, come se cercassero di decifrare una mappa segreta. Le autorità locali dicono che almeno il 40% delle abitazioni ha danni visibili dagli ultimi scontri. “La città è un libro aperto“, confida Heba Hassan, architetta palestinese che studia come ricostruire gli spazi pubblici. “Quelle pietre raccontano tutto: chi eravamo e chi stiamo diventando”.
Un perimetro dove tutto finisce e inizia
A Gaza tutto finisce – e riparte – ai margini di quei muri. In questi mesi, gli aiuti umanitari passano solo attraverso pochi punti lungo il confine, come Erez o Rafah. Le file partono all’alba: c’è chi aspetta l’acqua, chi sacchi di farina, chi cerca un permesso per curarsi fuori dalla Striscia. I volontari della Mezzaluna Rossa sono spesso gli unici a muoversi tra una barriera e l’altra. “Ogni mattina ci troviamo davanti a nuovi crateri”, dice Ahmad Younes, uno degli operatori umanitari rimasti nella zona est.
I muretti bassi che delimitano orti improvvisati o zone vietate dalle bombe diventano rifugio durante i raid. Qui ci si ferma, si guarda il cielo con ansia appena si sente passare un drone. Ma proprio quel confine è anche dove si prova a rialzarsi: piccoli mercati improvvisati spuntano tra un lotto e l’altro, con banchetti che vendono pane azzimo, datteri o taniche d’olio recuperate fra le macerie.
Vite sospese tra attesa e ripartenza
Nel quartiere di Sheikh Radwan, dalle sei del mattino gruppetti di uomini si raccolgono sotto una palma spezzata. Parlano sottovoce, contano i soldi per comprare medicine al mercato nero. Poco lontano, una donna mescola sabbia e calce cercando di rifare un gradino crollato sotto l’ultimo bombardamento. “Qui tutto riparte da dove è finito”, ripete spesso Samer Nasser, giovane padre di quattro figli rimasto senza casa dalla scorsa primavera.
La popolazione – dicono i dati dell’UNRWA – supera ormai un milione e ottocentomila sfollati interni. Nei cortili spuntano tende bianche giorno dopo giorno accanto alle carcasse degli autobus usati come rifugi improvvisati. Solo allora ti accorgi che la città non smette mai davvero di muoversi: carretti trainati da asini portano materassi e bombole del gas qua e là, mentre nei vicoli si sente ancora il profumo del tè alla menta.
Il futuro incerto dietro i resti
A nord della città, dove la striscia incontra il confine con Israele, il muro interrotto è diventato un simbolo forte. “Non sappiamo cosa ci riserva domani”, ammette un anziano seduto su un lastrone di cemento rivolto verso il tramonto. “Ma qui restiamo”. Quelle pietre che segnano il limite fisico del territorio sono anche il confine tra disperazione e speranza.
Per chi vive oggi a Gaza ogni passo riapre ferite vecchie e fa nascere nuove domande: dove andare? Come ricostruire quello che la guerra ha distrutto? Ma questa città dove tutto finisce… continua a esistere grazie a quelle pietre che sembrano non voler lasciare spazio al silenzio della polvere.