Seoul, 17 agosto 2026 – Tutto è cominciato con una prenotazione dell’ultimo minuto per un volo verso la Corea del Sud. È così che una giovane giornalista italiana ha dato il via a un viaggio senza tappe fisse, partendo lo scorso maggio quasi per caso. «Ho preso quel biglietto senza pensarci troppo», ha raccontato a chi le chiedeva perché. Quel giorno, a Milano, con il cielo grigio sopra la testa, ha sentito il bisogno di “staccare” davvero e ha digitato poche parole: “volo last minute Asia”. La destinazione è stata Seoul, con partenza da Malpensa alle 22.15.
Un arrivo notturno e le prime impressioni a Incheon
L’atterraggio all’aeroporto di Incheon è avvenuto intorno alle tre del mattino. Qui Seoul si è mostrata subito nella sua versione più caotica: nella fila per i taxi, l’odore intenso del ramen si mescolava ai cartelli scritti in hangul, una lingua che metteva subito alla prova chi non aveva programmato nulla. «In quel momento mi sono resa conto che non sapevo nemmeno come raggiungere la città», ha confessato ridendo. Il tassista, un uomo sulla sessantina, ha inserito la destinazione nell’app sul cellulare e ha detto a bassa voce: “Guesthouse Itaewon?”. Bastava quello. Dopo una mezz’ora, eccola in una stanza minuscola fatta di legno e cemento, con un letto e una finestra piccola così.
Il risveglio a Seoul non è stato dei più semplici. Le luci al neon, il rumore dei motorini e quel profumo dolce della panetteria erano tutte novità da assorbire d’un fiato. La Corea del Sud si presentava fin da subito come una città di contrasti: grattacieli moderni affiancati a templi antichi sulla stessa strada.
Tra palazzi antichi e la tentazione dello street food
Il secondo giorno è stato dedicato al fascino della Seoul antica. Al Gyeongbokgung Palace, tra scolaresche chiassose e turisti stranieri, la giornalista si è fermata su una panchina ad ascoltare il racconto appassionato di una guida locale sulla dinastia Joseon. Passeggiando tra corridoi di pietra e tetti verdi dai colori vivaci, sembrava di fare un salto indietro nel tempo. Solo allora ha capito davvero perché aveva intrapreso questo viaggio: «Volevo vedere se riuscivo a perdermi senza paura».
Passeggiando per le strade di Insadong non ha resistito alla tentazione dello street food: tteokbokki, quei piccoli gnocchi di riso immersi in salsa piccante. “Mangiali subito o diventano gommosi”, le ha consigliato la venditrice dalla bancarella. Intorno a lei decine di studenti mangiavano in piedi tra risate e telefonini.
Scoperte inaspettate tra templi e tecnologia
Ogni giorno portava qualcosa di nuovo: nel quartiere di Hongdae giovani con look eccentrici si esibivano in performance improvvisate di k-pop, mentre poco distante gruppi di anziani giocavano a baduk nei parchi pubblici. Ha trascorso alcune ore in silenzio nel tempio Jogyesa osservando i fedeli appendere lanterne colorate; lì si è fermata a pensare a quante volte inseguiamo una felicità che arriva da fuori, mentre la vita scorre proprio accanto.
Tra corse in metropolitana e pause con caffè americano nei tanti bar tematici della città, ha capito quanto Seoul sia un mosaico vivace e complesso. «Non immaginavo che un viaggio improvvisato potesse cambiare così tanto il mio modo di vedere le cose», ha ammesso. Solo attraversando quartieri come Gangnam — dove l’Occidente incontra l’Est tra cemento armato e centri commerciali — è riuscita a trovare una sua piccola routine.
Il ritorno: cosa resta di un viaggio imprevisto
Dopo due settimane è arrivato il momento del ritorno. Sul volo per Milano, con la valigia carica di libri usati presi ai mercatini e qualche dolcetto coreano, la giornalista pensava alle persone incontrate e alle emozioni vissute senza filtri. Un viaggio improvvisato in Corea del Sud può trasformarsi più in una ricerca dentro se stessi che in una semplice fuga. Forse quella risposta che cercava era già dentro lei — nell’attimo stesso in cui aveva scelto di partire senza sapere cosa l’aspettava dall’altra parte del mondo.