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7 motivi per cui una crociera è il modo migliore per scoprire il mondo in sicurezza

Silvana Lopez by Silvana Lopez
25 Agosto 2026
in Soggiorni e dintorni
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Soggiorni e dintorni

Città del Capo, 25 agosto 2026 – In Sudafrica, all’alba di sabato scorso, un gruppo ristretto di subacquei ha deciso di affrontare una delle esperienze più dibattute del turismo d’avventura: il tuffo con gli squali senza gabbia. La scena si è svolta a pochi chilometri dalla costa di Gansbaai, area ormai nota per la presenza dei grandi predatori marini. Tra i partecipanti, giovani provenienti da Germania, Italia e Australia, accompagnati da guide locali con anni di esperienza alle spalle.

Shark diving senza gabbia: oltre la paura collettiva

Chi si immerge senza protezione tra gli squali viene spesso giudicato imprudente, eppure negli ultimi anni sempre più appassionati si avvicinano a questa pratica. “All’inizio pensavo fosse pazzesco, ma poi ho capito che gli squali non sono mostri. Sono animali timidi, quasi schivi”, racconta uno dei subacquei, Davide Rossi, 29 anni, milanese, appena uscito dall’acqua. La spedizione è partita attorno alle 7 del mattino, con il sole ancora basso e un vento teso che muoveva le onde. Le istruzioni sono poche: mantenere la calma, niente movimenti bruschi e rispettare i tempi degli animali.

Un’esperienza tra sicurezza e rischio calcolato

Nonostante il cinema e i media – da “Lo squalo” ai video virali – abbiano alimentato un certo immaginario, la realtà dell’incontro ravvicinato è un’altra cosa. I subacquei entrano in acqua equipaggiati di muta e maschera dopo aver ascoltato le raccomandazioni degli esperti. “Non si tratta di buttarsi nel vuoto senza pensare”, spiega Lukas Kruger, istruttore sudafricano con più di dieci anni di esperienza. Secondo Kruger, gli incidenti sono rari se si seguono alcune semplici regole: niente sguardi fissi negli occhi degli squali, nessuna persecuzione e calma anche quando si avvicinano. “Gli squali sono curiosi per natura, non macchine assassine”, sottolinea Kruger.

Il turismo degli squali: numeri e polemiche

A Gansbaai questa attività muove cifre importanti. Nel 2025 le escursioni di shark diving hanno portato circa 4 milioni di euro nelle casse della municipalità. Il flusso costante di turisti dà lavoro a decine di famiglie tra barche, guide e servizi a terra. Ma non mancano le critiche. Diverse associazioni ambientaliste mettono in guardia sul disturbo che questa pratica può causare agli animali; alcuni biologi chiedono regole più stringenti per chi opera in mare aperto. “Ogni intervento umano cambia il comportamento degli squali”, avverte la biologa Noluthando Maseko dell’Università di Città del Capo. “Se vengono attratti in modo sbagliato o troppo frequente rischiano di modificare le loro abitudini alimentari”.

Dati e percezioni: tra mito e realtà

Secondo l’International Shark Attack File, nel 2025 sulle coste sudafricane ci sono stati solo 6 attacchi non provocati da squali; nessuno mortale nelle acque di Gansbaai. Eppure la paura rimane forte, alimentata da notizie sensazionali e leggende tramandate nel tempo. “Vivere l’incontro in prima persona cambia tutto”, racconta Francesca Delpino, torinese trasferita a Cape Town. “All’inizio ero bloccata dalla paura, poi ho sentito solo il battito del cuore: ero lì con loro”. Per molti sub il vero pericolo è nelle proprie paure più che nella presenza reale dei predatori.

Regole, limiti e scenari futuri

Le autorità sudafricane controllano con attenzione il mondo dello shark diving, imponendo limiti su orari e modalità delle immersioni. Gli operatori devono mantenere distanze minime dagli squali e seguire corsi di aggiornamento regolari. Ma non tutti rispettano queste regole: alcune compagnie straniere continuano a proporre pratiche meno sicure o poco trasparenti.

A fine giornata – con il sole ormai alto e le barche tornate in porto – resta una sensazione condivisa: rispetto misto a stupore. Gli squali appaiono diversi da come li immaginiamo guardandoli sullo schermo: più sfuggenti che aggressivi. E per molti sabato mattina in quelle acque sudafricane la paura ha lasciato spazio a qualcos’altro. “Forse – chiude Davide Rossi – siamo noi ad aver bisogno di una gabbia per proteggere le nostre idee sbagliate”.

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