Risaie in Calabria: La sorprendente coltivazione di riso nella Piana di Sibari ai piedi del Pollino

Giulia Ruberti

20 Settembre 2026

Cosenza, 20 settembre 2026 – Nel cuore della Calabria, tra arance e ulivi, si coltiva anche il riso. È la Piana di Sibari, una terra che pochi associano a questa coltivazione, eppure ospita una delle produzioni di riso più a sud d’Europa. A raccontare questa realtà poco conosciuta è Matteo Pierciaccante, risicoltore che da generazioni lavora queste terre, portando avanti una tradizione familiare che sembra quasi una sfida: coltivare riso in Calabria.

Le risaie calabresi, un’anomalia apparente

Qui, nella provincia di Cosenza, il riso cresce da decenni. Non è una novità per chi vive nella zona di Cassano allo Ionio, anche se per molti italiani l’idea di Calabria e risicoltura fa un po’ strano. Pierciaccante lo ripete spesso, soprattutto ai ragazzi in visita: “Qui non c’è solo la ‘nduja o il bergamotto – spiega – il riso cresce bene, basta saper aspettare e adattarsi”. Il clima caldo e i terreni sabbiosi richiedono metodi diversi rispetto al Nord Italia. Qui si semina verso metà maggio, circa un mese dopo la Pianura Padana. “L’acqua? Viene dai canali della Bonifica – sottolinea Pierciaccante – e ci sono giorni in cui devi davvero rincorrere ogni goccia”.

Le risaie calabresi coprono circa 600 ettari, secondo l’ultimo censimento agricolo regionale. Poco se paragonato alle grandi distese del Vercellese o del Novarese; molto invece per un territorio che fino agli anni Sessanta combatteva ancora contro la malaria.

Una storia di famiglia e innovazione

La famiglia Pierciaccante – con radici a Sibari e campi coltivati da oltre cinquant’anni – ha visto tutto cambiare: dalla bonifica delle paludi alle prime irrigazioni mirate, fino all’arrivo delle macchine per la semina diretta. Oggi a guidare l’azienda sono i figli di Matteo. Ma lui non si allontana dai campi: “Il riso calabrese è diverso anche solo nel tocco – dice – resta più duro in cottura, regge bene le salse di pesce”. Il segreto? Secondo lui sono i tempi lunghi di maturazione, i venti che arrivano dal mare, la scarsità d’acqua che costringe le radici ad andare più in profondità.

Negli ultimi anni la risicoltura locale ha puntato su varietà come Carnaroli e Selenio, ma anche su semi autoctoni selezionati con l’aiuto dell’Università della Calabria. I problemi non mancano: siccità frequente, rincari energetici, concorrenza dei grandi produttori del Nord.

Mercato locale e riscoperta della biodiversità

Gran parte della produzione resta destinata al consumo locale. I ristoranti della costa ionica propongono spesso piatti come il risotto con gambero rosso di Corigliano o con funghi del Pollino. Ma l’interesse cresce anche fuori regione: “Negli ultimi anni abbiamo ricevuto ordini da Napoli e Roma”, racconta il figlio più giovane di Matteo. La filiera è corta: raccolta a settembre, lavorazione entro ottobre, vendita diretta nei mercati locali o attraverso piccoli distributori.

Non solo. Dal 2024 l’azienda collabora con la Fondazione Slow Food per recuperare antiche varietà locali quasi scomparse. Il presidente regionale di Slow Food Calabria conferma: “Il riso della Piana di Sibari è un presidio da proteggere – ha detto durante una fiera agricola a Cosenza – perché rappresenta biodiversità e memoria”.

Sfide climatiche e prospettive future

Oggi però la risicoltura calabrese si trova ad affrontare nuove sfide. Le piogge irregolari hanno già complicato la stagione 2026: secondo Coldiretti Calabria la produzione potrebbe calare del 15%. Nonostante questo chi coltiva queste terre non ha intenzione di mollare. “La fatica non ci spaventa – chiude Pierciaccante – qui si comincia all’alba e si finisce col tramonto. E quando arriva una vera pioggia… è festa”.

Così l’identità delle risaie di Sibari resta sospesa tra passato e futuro. Un’eccezione che racconta molto della Calabria agricola, dove ogni chicco di riso nasce dalla tenacia, dall’ingegno e dalla pazienza di chi non molla mai.

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