Roma, 11 ottobre 2026 – Undici anni dopo il suo primo coinvolgimento ufficiale nel conflitto yemenita, l’Arabia Saudita è tornata a colpire duramente. Nella notte scorsa, stando a fonti locali e agenzie internazionali, i jet di Riad hanno lanciato una serie di raid aerei contro postazioni militari degli Houthi, il movimento sciita appoggiato dall’Iran, riaccendendo così una tensione che non si è mai davvero spenta. Questa nuova escalation arriva proprio mentre i tentativi diplomatici sembravano aver aperto qualche spiraglio. Ora la regione si trova di fronte a uno scenario difficile e nuovo. Ma le radici del conflitto – ormai strettamente intrecciato con le rivalità tra Teheran e il mondo arabo sunnita – affondano in un terreno complesso.
Chi sono gli attori e come si è arrivati al nuovo attacco saudita
La guerra in Yemen non si è mai fermata del tutto, anche se nelle ultime settimane gli scontri erano rallentati. Gli Houthi, guidati da Abdul-Malik al-Houthi, sono diventati una forza dominante dal 2014, quando hanno preso il controllo di Sana’a, la capitale yemenita. Da allora tengono saldamente vaste zone del nord-ovest del paese e sono da sempre accusati di ricevere armi e addestramento dall’Iran.
Dall’altra parte c’è la coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita, affiancata nel tempo da Emirati Arabi Uniti e altri paesi del Golfo, che sostiene il governo riconosciuto a livello internazionale. Nel marzo 2015 era partita l’operazione “Decisive Storm”. Ora, undici anni dopo, con la ripresa dei bombardamenti si capisce che le tensioni interne e regionali sono tornate a farsi sentire.
Fonti vicine al governo di Riad spiegano che l’attacco sarebbe stato una “risposta mirata” dopo il lancio di droni e missili contro alcune installazioni petrolifere saudite vicino alle città di Jizan e Najran, al confine con lo Yemen. I danni – dicono le autorità saudite – sarebbero stati limitati. Ma la tensione nella Penisola Arabica resta altissima.
Interessi strategici e tensione regionale
Dietro queste nuove operazioni militari c’è un intreccio di interessi molto delicati. L’Arabia Saudita vede la presenza degli Houthi così vicina ai suoi confini come una minaccia diretta: soprattutto perché il movimento yemenita ha legami stretti con l’Iran, storico rivale della monarchia wahhabita.
Da Teheran è arrivata una breve presa di posizione: “Condanniamo ogni azione che mette a rischio la stabilità dello Yemen”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano. Ma diversi osservatori sul posto sottolineano come i rifornimenti di missili e droni ai ribelli yemeniti non siano mai davvero cessati. Nel frattempo, fonti delle Nazioni Unite parlano di almeno 35 civili coinvolti nei bombardamenti della notte scorsa nella provincia di Saada.
Un testimone ad Al-Hudaydah racconta: “Abbiamo sentito le esplosioni dopo mezzanotte, la gente era presa dal panico. I bambini piangevano”. Lo Yemen resta infatti una delle peggiori emergenze umanitarie al mondo: secondo l’ONU, più di 20 milioni di persone qui hanno bisogno urgente di aiuto. Ogni nuova ondata di violenza rischia solo di peggiorare ulteriormente questa situazione già disperata.
Prospettive e ruolo della comunità internazionale
Nei giorni prima dei raid sauditi, le Nazioni Unite avevano rilanciato un appello per una tregua permanente, ma senza riuscire a ottenere passi avanti concreti. L’inviato speciale ONU per lo Yemen, Hans Grundberg, ha avvertito che “l’assenza di un accordo rischia solo di far precipitare ancora il paese in una spirale infinita di violenza”.
Dagli Stati Uniti è arrivato un richiamo alla “moderazione” rivolto a tutte le parti in causa. Washington – che in passato aveva appoggiato militarmente l’intervento saudita ma negli ultimi anni si era allontanata dal conflitto diretto – teme ora che la ripresa delle ostilità possa destabilizzare ulteriormente tutto il Medio Oriente. Lo stesso sentimento emerge dalle cancellerie europee: “Serve un impegno forte per un cessate il fuoco”, si legge in una nota congiunta da Bruxelles.
Intanto questa mattina a Sana’a le scuole sono rimaste chiuse. Mohammed Saleh, insegnante 44enne, racconta: “In centro si vedono meno auto del solito. La gente ha paura che possano esserci nuovi attacchi”.
Uno scenario instabile che si riflette sull’intera regione
Il nuovo raid aereo saudita non riguarda solo lo Yemen: fa parte di un quadro più ampio che potrebbe avere effetti pesanti sul traffico marittimo nel Mar Rosso e sull’approvvigionamento energetico mondiale. I prezzi del petrolio hanno subito reagito: stamattina il Brent ha superato i 94 dollari al barile. Per l’Arabia Saudita, che fino a poco tempo fa aveva spinto per una “de-escalation” anche tramite colloqui informali con Teheran, questo raid segna un cambio netto nella strategia.
Mentre nel paese mediorientale si cercano ancora numeri precisi sui danni subiti, gli analisti concordano su una cosa: questa nuova fase del conflitto yemenita rischia di durare ancora molto tempo. I negoziati politici restano fragili come sempre; sullo sfondo c’è un popolo esausto dalla guerra che aspetta segnali concreti per vedere almeno qualche speranza all’orizzonte – ma per ora quella speranza sembra ancora lontana anni luce.