Milano, 15 ottobre 2026 – Un confronto serrato tra intelligenza artificiale e memoria umana: è questa l’anima di Latēre, l’opera di Camilla Gurgone che lunedì sera ha convinto la giuria del Premio Cairo 2026. Nelle sale storiche di Palazzo Reale, a due passi da Piazza Duomo, la mostra ha richiamato un pubblico variegato fin dal pomeriggio: studenti di Brera, curatori da ogni parte del mondo e semplici appassionati. Poco dopo mezzanotte, il nome della giovane artista torinese ha finalmente rotto il silenzio dell’attesa.
Latēre: tra passato e futuro, nel cuore pulsante di Milano
Il presidente della giuria, lo storico dell’arte Giulio Busi, ha letto la motivazione del premio parlando di “un’esplorazione della linea sottile che separa il ricordo personale dalla tecnologia digitale”. Latēre, che in latino significa “nascondere”, non è una semplice installazione: è un’intera sala immersa in una penombra densa, dove il visitatore si muove seguendo un filo rosso teso tra pareti e schermi. Su ogni monitor scorrono sequenze generate in tempo reale da una rete neurale: volti sfumati, voci lontane, frammenti di immagini familiari ma mai reali. “Volevo capire – ha spiegato Gurgone durante la conferenza stampa delle 22.30 – se l’intelligenza artificiale riesce a ricostruire ciò che perdiamo o se produce solo copie senza sostanza”. Accanto a lei, il curatore Francesco Di Matteo ha ricordato che dietro al lavoro c’è stata una lunga raccolta di memorie orali, poi elaborate con software AI sviluppati insieme al Politecnico di Torino.
L’intelligenza artificiale in galleria: una nuova chiave per la memoria
Per gli organizzatori del Premio Cairo, il tema della “memoria digitale” ha spinto molti partecipanti a misurarsi con algoritmi e archivi. Ma “la forza di Latēre sta nella sua carica emotiva”, ha osservato Di Matteo. Davanti alla sala 12, alcuni visitatori si sono soffermati a lungo sui volti sfocati che cambiano sullo schermo; un sottofondo audio mescola voci infantili e i rumori urbani (come il tram delle 19 in via Torino). “Mi sembrava di vedere una foto di famiglia mai vista prima”, ha confidato Silvia Bianchi, insegnante di storia dell’arte.
Non sono mancati però dubbi e perplessità. Paolo Sarti, docente all’Accademia, si è chiesto “che cosa resti davvero della memoria se la lasci nelle mani di un algoritmo”. Gurgone stessa ha ammesso che “l’ambiguità fa parte del gioco; so bene che molti restano disorientati”.
Premio Cairo 2026: giovani artisti alle prese con nuovi linguaggi
La ventisettesima edizione del Premio Cairo, tra le piattaforme più importanti per la giovane arte italiana, quest’anno ha messo in finale dodici artisti under 40 scelti tra più di cento candidature. Il premio – 25mila euro più la pubblicazione di un catalogo – rappresenta spesso il primo vero trampolino nazionale per i vincitori. Nel caso della Gurgone, classe 1994, si intrecciano ricerca tecnologica e studi classici; il suo percorso comprende stage al Castello di Rivoli e una residenza al ZKM di Karlsruhe.
Gli altri finalisti hanno esplorato linguaggi diversi tra pittura materica e performance dal vivo. Eppure, come sottolinea il critico Marco Arienti, “il confine tra umano e digitale è ormai terreno d’indagine imprescindibile”. Il pubblico ha potuto scegliere anche una menzione speciale: quest’anno è andata a Elena Pedretti per una scultura in vetro che dialoga con suoni sintetici.
Tra dubbi e suggestioni: quale memoria ci aspetta?
Durante il brindisi finale nella sala degli Specchi – erano quasi le una e mezza – si sono animate discussioni sulla legittimità delle nuove tecnologie nell’arte contemporanea. Giovani artisti parlavano accanto alle installazioni; altri scattavano foto con lo smartphone davanti al ritratto della vincitrice. C’è chi è rimasto colpito dalla capacità di Latēre di “evocare nostalgia senza sentimentalismi”, come ha detto Francesco Mulas, studente milanese. Altri hanno lasciato Palazzo Reale con qualche domanda sulle possibilità dell’intelligenza artificiale nel sostituire l’imperfezione della memoria umana.
Mentre Latēre si prepara a viaggiare verso altre città italiane (un allestimento a Torino è già previsto per dicembre), resta aperta quella domanda emersa nei corridoi del Palazzo Reale: fino a dove possiamo affidare i nostri ricordi ai processi digitali? E soprattutto, chi decide cosa tenere vivo e cosa far sparire?