Città del Capo, 25 ottobre 2026 – Tuffarsi tra gli squali senza gabbia in mare aperto può sembrare un azzardo, una sfida che pochi hanno il coraggio di affrontare. A raccontarlo sono proprio quelli che, mettendo da parte la paura diffusa verso questi animali, hanno scelto di vivere questa avventura al largo di Gansbaai, in Sudafrica, nelle prime ore di una mattina sorprendentemente tranquilla. Perché? Per smontare vecchi pregiudizi e scoprire che gli squali, spesso descritti come pericolosi predatori, sono molto più complessi e meno aggressivi di quanto si pensi.
Incontri ravvicinati nelle acque sudafricane
All’alba, i gommoni partono verso sud dell’estuario, dove l’acqua è fresca – attorno ai 16 gradi – ma limpida. L’atmosfera tra i partecipanti è tesa: molti scrutano la superficie, aspettando che compaia la sagoma scura di un grande squalo bianco. Ma la guida Simon Daniels, con i suoi vent’anni di esperienza e un accento locale ben marcato, calma subito gli animi: “Niente panico. Il rischio c’è, certo, ma arriva solo se si infrangono le regole”. Intorno ai subacquei gli squali si muovono con ampi giri lenti, sembrano più curiosi che minacciosi. Chi prova a immergersi senza protezione racconta lo stupore di trovarsi a pochi metri da esemplari lunghi fino a tre metri e mezzo e scoprire così che l’aggressività non è affatto la norma.
Stereotipi e realtà: cosa dicono i dati
Le statistiche dell’International Shark Attack File (ISAF) parlano chiaro: ogni anno ci sono circa 70 incontri accidentali con squali in tutto il mondo, meno di dieci dei quali finiscono tragicamente. “La paura nasce soprattutto dai film e dalle notizie sensazionalistiche”, spiega la biologa marina Tessa Groenewald, che studia questi predatori proprio in Sudafrica. “Di solito lo squalo si allontana appena capisce che non siamo prede”. E i numeri confermano: rispetto alle morti causate da meduse o addirittura dalle noci di cocco cadute dalla palma, il pericolo reale rappresentato dagli squali è molto più contenuto.
Come funziona un’immersione senza gabbia
Prima del tuffo, gli istruttori spiegano le regole: “Restate uniti, niente movimenti bruschi e seguite sempre i segnali manuali”. Le barche lasciano l’harbour di Kleinbaai alle 7 del mattino; ogni gruppo è piccolo, da sei a otto persone al massimo. Prima della partenza c’è la firma di una liberatoria. In acqua ci si muove vicini alla guida, con bombole leggere e pinne; la distanza dagli squali va da uno a tre metri. “Li vedi passare quasi indifferenti alla nostra presenza – racconta Marco P., romano in viaggio per lavoro – ma l’adrenalina resta altissima”.
Impatto ambientale e sensibilizzazione
Negli ultimi anni molte attività di shark diving sono cambiate per ridurre il disturbo sugli animali e sull’ambiente marino. Alcune compagnie hanno abbandonato le esche per attirare gli squali, preferendo tecniche più rispettose. L’associazione locale Shark Safe conferma: queste pratiche hanno abbassato lo stress e i comportamenti insoliti nei predatori. Le guide sottolineano sempre: “L’obiettivo è conoscere gli squali per proteggerli, non solo metterli in mostra”. Una svolta che rispecchia un turismo faunistico sudafricano sempre più attento alla tutela della biodiversità.
Testimonianze e paure
Chi si immerge parla del silenzio ovattato sott’acqua: solo il suono del proprio respiro e all’improvviso la pinna dorsale che appare davanti agli occhi. Lucia V., insegnante milanese, confessa: “All’inizio avevo il cuore in gola. Poi ho capito che eravamo noi gli ospiti qui”. Gli istruttori ricordano sempre di non abbassare mai la guardia ma spiegano anche che rispettare le regole è la miglior sicurezza.
Un’esperienza che cambia la prospettiva
In Sudafrica sono almeno 5mila all’anno i turisti che scelgono di immergersi senza gabbia tra gli squali. Molti tornano trasformati: “Ora so che non sono mostri”, racconta Marco P., “e ho imparato a guardare le paure con occhi nuovi”. Un’esperienza fuori dall’ordinario – sicuramente – ma che sta aiutando a riscrivere quello che pensiamo degli animali più fraintesi degli oceani.