Città del Capo, 25 ottobre 2026 – Tuffarsi tra gli squali senza gabbia nel vasto oceano di Gansbaai (Sudafrica) suona quasi come un azzardo. Eppure, ogni anno, sono centinaia le persone che scelgono di provare questa esperienza. Le guide del posto raccontano che serve a “smontare i pregiudizi e a mostrare una natura molto diversa da quella che si vede nei film”. Era già mattina inoltrata, intorno alle 9, quando il gruppo si è raccolto sul molo. Tra il rumore delle onde e il chiacchiericcio dei pescatori, si percepiva una tensione nell’aria: una decina di turisti da ogni angolo del mondo, con il cuore a mille per incontrare quel famoso “grande predatore” raccontato per anni in modo quasi mitico.
Il fascino di un incontro ravvicinato
La giornata parte presto. Su una barca lunga quindici metri, ci si sposta verso un punto preciso – segnalato dagli esperti locali – dove spesso nuotano gli squali bianchi. Qui la regola è chiara: niente gabbia, solo muta, maschera e pinne. Alcuni ancora chiedono “ma perché rischiare?”. Pieter Van Dyk, istruttore con più di vent’anni alle spalle, lo capisce bene. «La paura è naturale», diceva ai sub poco prima dell’immersione. «Ma il vero rispetto nasce dalla conoscenza». Guardava il mare come se fosse una vecchia foto: «Questi animali non sono le macchine da sangue che ci immaginiamo».
Un rischio calcolato: come funziona la sicurezza
Le organizzazioni che portano avanti queste immersioni sottolineano che gli incidenti sono rarissimi: meno dello 0,1% su oltre tremila uscite all’anno nella zona di Gansbaai. «Studiamo attentamente i movimenti degli squali», spiega Martha Joubert, biologa marina dell’università di Città del Capo. «Abbiamo barche di appoggio e non buttiamo mai esche in acqua». Il briefing dura almeno mezz’ora: niente gioielli, movimenti lenti e sempre in gruppo. Poi cala quel silenzio che fa da preludio al primo tuffo — intorno alle 10.15 — seguito dagli altri con un filo d’esitazione.
La realtà sott’acqua: meno predatori, più curiosità
Sotto la superficie cambia tutto. Gli squali, lunghi fino a cinque metri, si avvicinano senza fretta; a volte sembrano ignorarti, altre volte fanno passaggi veloci ma sempre a distanza sicura. «Ti guardano negli occhi», racconta Serena Galli, trentaduenne milanese al suo primo viaggio in Sudafrica. «Non attaccano all’improvviso, sembrano quasi curiosi. A dire il vero ho avuto più paura di un’ombra sul fondo che quando uno squalo mi è passato accanto». I dati della Shark Trust Foundation locale confermano: gli attacchi accidentali sono “rarissimi” e spesso dipendono da errori umani o situazioni particolari.
Oltre la paura: cambiare prospettiva sugli squali
Al ritorno verso le 13.30 i volti sono stanchi ma segnati da sorrisi diversi: qualcuno si scambia strette di mano silenziose, altri restano lì a fissare l’orizzonte senza dire nulla. «Si arriva pieni di paura e se ne esce con un rispetto nuovo», confida Erik Nygaard, danese tra i partecipanti. «Capisci che gli squali sono parte fondamentale dell’ecosistema, non mostri da abbattere». Gli esperti ribadiscono spesso un concetto chiave: “il vero pericolo viene dall’uomo”, dalla pesca e dalla distruzione degli habitat marini.
Un’esperienza sempre più richiesta
Negli ultimi anni la voglia di provare il shark diving senza gabbia è cresciuta dell’18% solo nell’area di Città del Capo (dati 2025 dell’associazione sudafricana delle immersioni). Il costo oscilla tra i 150 e i 250 euro a persona e le regole per partecipare sono severe. Gli organizzatori devono rispettare protocolli internazionali sia per la sicurezza delle persone sia per quella degli animali. Non mancano però critiche: alcune associazioni ambientaliste denunciano un effetto “circense” su questi predatori e chiedono limiti più rigidi.
Resta però impressa nella mente – di chi torna a riva – la sensazione di aver visto qualcosa di vero e diverso: la natura delle nostre paure messa alla prova sotto l’acqua dell’oceano. Un’ora scarsa con gli squali, senza barriere o filtri, basta per capire che il vero confine è solo nella testa.