Milano, 4 novembre 2026 – Nuotare tra gli squali senza protezione, sembrerebbe un azzardo fuori da ogni logica. Eppure, proprio questo stanno provando da qualche mese diversi appassionati di immersioni, tra Sudafrica e Australia. L’attività, discussa e spesso criticata, viene proposta da operatori specializzati: esperienze a stretto contatto con gli squali in mare aperto, senza nessuna gabbia a proteggerli. Alla domanda “Perché rischiare così tanto?”, la risposta non è mai così semplice come si potrebbe pensare.
Nuotare tra gli squali senza gabbia: cosa succede davvero
Da Gansbaai, in Sudafrica, fino alle limpide acque delle Whitsunday Islands in Australia, lo shark diving senza gabbia sta attirando sempre più appassionati. Le uscite si fanno soprattutto all’alba. Piccoli gruppi di 6-8 sub vengono portati su gommoni veloci a pochi chilometri dalla costa, nel punto preciso dove gli squali pattugliano le correnti. “All’inizio tremano tutti, nessuno lo nasconde”, racconta Jonas Meyers, istruttore a Port Lincoln. Poi cala un silenzio carico di tensione.
Contrariamente a quello che si pensa – tra film come “Lo squalo” e notizie di attacchi – gli squali in genere evitano l’uomo. “Non siamo il loro cibo”, spiega l’istruttrice Valeria Tosi, 37 anni, che ha guidato più di cento immersioni di questo tipo. “Il rischio c’è, ma nella maggior parte dei casi siamo noi la cosa nuova per loro”. L’unica regola è mantenere la calma: niente movimenti bruschi e soprattutto mai inseguire gli animali.
Paura e realtà: quanto pesa il pregiudizio
Gli organizzatori dicono che il 90% dei partecipanti ammette di avere paura almeno nei primi minuti sott’acqua. Eppure – dati alla mano – gli incidenti restano rari. Il Department of Primary Industries australiano segnala appena 14 piccoli episodi tra il 2015 e il 2025 durante attività guidate, nessuno fatale. Le autorità però mettono in guardia: affidarsi solo a guide esperte e rispettare tutte le regole.
“Ti ritrovi faccia a faccia con un animale che semplicemente non ti considera”, racconta Simone Battistini, subacqueo milanese appena tornato dall’Oceano Indiano. Quel giorno un trio di squali pinna nera ha nuotato tranquillo intorno al gruppo per qualche minuto: qualche foto veloce e poi via, senza fretta né minacce. Il silenzio era rotto solo dal respiro nei boccagli.
La sicurezza prima di tutto
Le escursioni di shark diving senza gabbia non sono improvvisate: c’è sempre un briefing sulle regole da seguire, attrezzature omologate e la presenza obbligatoria di guide esperte. La visibilità sotto acqua è quasi sempre buona – dai 10 ai 20 metri – e l’immersione dura al massimo una quarantina di minuti. “Non si scherza con questi animali”, sottolinea ancora Meyers. Controlli sulle imbarcazioni e licenze sono all’ordine del giorno.
Un dettaglio spesso ignorato riguarda la stagionalità: nei mesi più freddi gli squali si avvicinano alla costa per cacciare, quindi le uscite aumentano tra maggio e settembre nell’emisfero australe; mentre tra dicembre e marzo c’è meno movimento.
Perché farlo? Tra sfida personale e ricerca
Molti scelgono questa esperienza per superare una paura o semplicemente per entrare in contatto diretto con il mare vero. Ci sono anche quelli che partecipano per ragioni scientifiche: alcune uscite sono organizzate insieme a biologi che studiano come gli squali reagiscono alla presenza umana. “Dobbiamo capire meglio quali stimoli li attraggono o li spaventano”, spiega la ricercatrice Catherine Brown dell’University of Sydney.
L’impatto ambientale resta una questione aperta. Le associazioni animaliste chiedono trasparenza sulle tecniche usate per attirare gli squali (come cibo o richiami sonori), mentre le autorità assicurano monitoraggi continui e limiti rigidi sulle autorizzazioni.
Tra mito e realtà: cambiare sguardo sugli squali
Gli operatori insistono sul fatto che questa pratica contribuisce a sfatare vecchi stereotipi e paure ingiustificate sugli squali. Ma la vera sorpresa arriva quasi sempre dopo l’immersione: “Tornando sulla barca senti una calma strana addosso”, confessa Battistini. Per qualcuno è solo adrenalina, per altri qualcosa che resta dentro a lungo.
Gli squali non sono predatori spietati come spesso li immaginiamo, ma animali da osservare con rispetto e attenzione. Forse questa è proprio la lezione che chi prova lo shark diving porta con sé: il vero rischio spesso sta nella paura dentro di noi più che nella natura selvaggia intorno a noi.