Londra, 14 ottobre 2026 – Una foto che parla di dolore e di legami nel mondo animale: è questa l’immagine che ieri sera si è aggiudicata il titolo di Wildlife Photographer of the Year 2026. A firmarla è Luca Ferri, 38 anni, originario di Verbania, impegnato da tempo a raccontare la fauna selvaggia tra Africa e Asia. La cerimonia si è svolta al Natural History Museum di Londra, davanti a una platea fatta di esperti, appassionati e rappresentanti delle principali associazioni ambientaliste.
La forza dello scatto: il dolore silenzioso di una madre elefante
Nel cuore della foto c’è un’elefantessa africana che veglia il corpo senza vita del suo piccolo, ucciso dai bracconieri, tra le terre aride del Parco nazionale di Tsavo, in Kenya, poco prima dell’alba. I primi raggi azzurri sfiorano la pelle rugosa della madre; si vedono le sue zampe stringersi intorno al cucciolo, come a volerlo ancora proteggere. “Sono rimasto ore a guardare quella scena”, ha raccontato Ferri, visibilmente commosso durante la premiazione. “Non ho scattato subito. Ho aspettato che lei sollevasse la proboscide, come a salutare, solo allora ho capito che era il momento”.
Ferri racconta che quel momento si è svolto nella zona occidentale del parco, tra cespugli radi vicino al fiume Galana. Era quasi l’alba, circa le cinque e venti; un silenzio carico di tensione avvolgeva tutto, rotto solo dal lontano richiamo degli uccelli. Alcuni guardiaparco hanno spiegato che la madre ha vegliato il piccolo per quasi due giorni, senza mangiare e muovendosi solo per brevi momenti.
Un premio internazionale: Ferri primo italiano dopo un decennio
Il premio Wildlife Photographer of the Year, promosso dal Natural History Museum insieme alla BBC, è uno dei riconoscimenti più prestigiosi per chi fa fotografia naturalistica. La giuria – con nomi come l’ecologa indiana Asha Menon e lo storico britannico Richard Bowler – ha selezionato oltre 40 mila scatti da 98 Paesi.
“Questa foto cattura un’intimità rara e una profonda sensibilità verso il comportamento degli animali, senza mai cadere nella retorica,” ha detto Menon dalla sala Hintze Hall. Ferri è il primo italiano a vincere il premio principale dopo più di dieci anni; nel 2015 aveva ricevuto quello per l’autore emergente.
Bracconaggio e memoria: il dramma dietro l’immagine
Dietro quel singolo scatto c’è anche un grido d’allarme. In Kenya, spiegano i dati del Kenya Wildlife Service, negli ultimi dodici mesi sono stati uccisi almeno 146 elefanti per l’avorio illegale, con una domanda che arriva soprattutto dall’Asia. Gli etologi sottolineano come gli elefanti abbiano una memoria collettiva e mostrino rituali complessi quando muore un membro del gruppo.
Ferri ha voluto evidenziare proprio questo nel suo breve discorso: “Ogni ora la vedevo toccare con la proboscide le ossa del piccolo. Quella tenerezza non se ne andava mai. Si dice che gli elefanti non dimentichino; oggi credo sia vero”. L’immagine intitolata “Il giorno che non dimenticherò” resterà esposta a Londra fino a marzo 2027 prima di partire per un tour tra Parigi, Berlino e Torino.
Una festa in casa: Verbania celebra Ferri
A Verbania, dove Luca vive con la famiglia, la notizia del premio è stata accolta con grande entusiasmo. I genitori hanno raccontato ai media locali: “Luca ha sempre avuto uno sguardo speciale sugli animali fin da bambino”. L’associazione “Amici del Parco Val Grande” organizza una serata pubblica al cinema Sociale con proiezione e incontro con Ferri: “Porterà le sue storie qui da noi. È importante capire cosa succede lontano”.
Il sindaco Silvia Pastore lo ha definito “un ambasciatore di rispetto e responsabilità verso la natura”. Ma Ferri mette in guardia: “Non sono un eroe. Racconto solo quello che vedo. E fotografare non basta: bisogna capire cosa significhino davvero le nostre azioni”.
Uno scatto che può scuotere il dibattito globale
Per alcuni osservatori questa vittoria italiana potrebbe aiutare a riportare sotto i riflettori la tutela degli elefanti e la battaglia contro il bracconaggio, sempre più difficile da fermare nonostante le nuove tecnologie nei parchi africani.
Il Natural History Museum pubblicherà presto un volume con tutte le opere finaliste. Ma intanto quell’immagine dell’elefantessa in lutto sembra destinata a diventare un simbolo forte. Perché dietro ogni fotografia – spiega Ferri – c’è “un tentativo di dialogo con chi guarda”, con la speranza che “qualcosa possa davvero cambiare”.