Kami Rita, lo sherpa che ha scalato l’Everest 32 volte: il record mondiale di una leggenda vivente

Giulia Ruberti

23 Maggio 2026

Katmandu, 23 maggio 2026 – Sono passati settantatré anni dalla prima conquista della vetta più alta del mondo, ma l’Everest continua a far parlare di sé con imprese che sfidano ogni limite, record che si susseguono e storie cariche di coraggio, sfida e a volte pura ossessione. Il 29 maggio 1953, alle 11:30 locali, Sir Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay toccarono per la prima volta la cima dalla cresta sud-est. Da allora, quella vetta è diventata il palcoscenico di gesta imprevedibili e avventure che hanno segnato per sempre l’alpinismo.

Dai pionieri alle nuove generazioni: la lunga marcia sulla montagna più alta

Quel giorno storico segnò un prima e un dopo nella storia dell’esplorazione. “Abbiamo piantato la bandiera britannica – ricordava Hillary al ritorno in campo base – ma lassù c’erano anche quelle nepalese e indiana, oltre a una croce lasciata da Tenzing.” Da quel momento, la storia dell’Everest si è arricchita di imprese che riflettono i cambiamenti tecnici, l’arrivo della tecnologia e soprattutto una forte componente umana fatta di tenacia e rischio.

Negli anni successivi quella via aperta dai due pionieri si è ampliata. Nel 1975 la cinese Junko Tabei ha scritto il suo nome come prima donna a raggiungere la vetta; nel 1980 il polacco Krzysztof Wielicki ha compiuto la prima salita invernale. Poi sono arrivati gli italiani: Reinhold Messner, sempre nel 1980, firmò la prima scalata solitaria senza ossigeno supplementare.

Kami Rita e i record degli sherpa: una vetta (quasi) quotidiana

Ultimamente sono stati gli sherpa a tenere banco, con protagonisti come Kami Rita, capace di battere ogni record grazie alle sue ascensioni ripetute: a maggio 2024 ha raggiunto quota 30 scalate dell’Everest. “Ogni volta è diversa – ha confidato all’agenzia nepalese – ma il rispetto per la montagna resta sempre lo stesso.” La sua storia racconta anche un’economia che gira tutta intorno alla stagione delle spedizioni: da aprile a fine maggio circa 800 persone affrontano il cammino verso i campi alti; il giro d’affari legato ai permessi, all’attrezzatura e alla logistica supera i 6 milioni di dollari.

Non sono solo numeri però. Le immagini dei lunghi serpentoni in quota – il famoso “traffic jam” nei giorni sereni – sono diventate quasi un simbolo. Gli sherpa sono le guide indispensabili per centinaia di alpinisti stranieri; tanti poi non provano mai più altre montagne dopo l’Everest.

Dall’alpinismo all’estremo: sci, meditazione e social media

L’Everest non è solo primati sportivi. Nel 2000 l’austriaco Stefan Gatt ha inaugurato le discese in snowboard dal Colle Sud alla base; due anni dopo la francese Kit DesLauriers ha completato quella sugli sci partendo dal punto più alto. Nel frattempo i monaci tibetani e gli yogi nepalesi hanno scelto quella vetta per meditazioni estreme. Un’immagine rimasta impressa nella memoria collettiva è quella del monaco Mingyur Rinpoche che nel 2017 si fermò a meditare per più di un’ora a quasi 8.800 metri. “Lassù il silenzio pesa diverso”, raccontò ai giornalisti al ritorno.

Anche il modo di raccontare queste imprese è cambiato. Dal primo collegamento telefonico via satellite negli anni ‘90 oggi ci sono i tweet dalla vetta, che segnano ogni impresa in tempo reale. Nel 2011 lo svedese Göran Kropp twittò appena conquistata la cima degli 8.848 metri: “Il cielo più vicino che abbia mai visto”.

La montagna dei record e delle contraddizioni

Ma non è solo gloria quella legata all’Everest: il prezzo in vite umane resta alto, con almeno 335 morti accertate dal 1922 ad oggi secondo la Himalayan Database. Molti corpi sono ancora lì, lungo le rotte più frequentate, diventati quasi “punti di riferimento” tristemente fissi.

Ogni primavera nuove squadre tentano la scalata sfidando tempeste improvvise e valanghe. Eppure l’attrazione della montagna non cala mai. “È la vertigine dell’altitudine – spiegava nel 2022 l’alpinista Simone Moro – ma anche quella della mente. L’Everest resta una promessa che non finisce mai.”

Perché chi sale sull’Everest non cerca solo un record: cerca quell’attimo sospeso tra cielo e terra che nessuna foto o tweet potrà mai raccontare davvero.

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