Milano, 23 ottobre 2026 – Linee che si stagliano, geometrie sospese, giochi di vetro e cemento. È questo il quadro — a tratti quasi surreale — che emerge dalle fotografie vincitrici dell’Architecture Photography MasterPrize 2026, il concorso internazionale che ogni anno richiama autori da tutto il mondo. La cerimonia di premiazione si è svolta ieri sera al MIPIM di Parigi, con oltre 300 professionisti e appassionati di architettura e fotografia radunati sotto lo stesso tetto. Oltre al prestigio, in palio c’erano visibilità globale e contratti con grandi studi di progettazione: le vere ricompense per molti partecipanti.
Le foto che raccontano il silenzio della città
Al primo colpo d’occhio, è il silenzio a colpire: nessuna presenza umana, solo palazzi, uffici e case sospesi tra cielo e asfalto, come se la città avesse trattenuto il respiro. La foto vincitrice della categoria principale, firmata dall’olandese Sven Dekker, mostra la facciata di una torre residenziale a Rotterdam alle sei del mattino. Le finestre illuminate a macchie sparse, l’asfalto ancora bagnato dalla pioggia della notte, qualche bicicletta abbandonata sul marciapiede. “Volevo far vedere cosa resta quando la città si svuota”, ha detto Dekker poco prima del premio, emozionato.
Al secondo posto si piazza la coreana Minji Lee, con uno scatto di un complesso di uffici a Seoul, completamente vuoto dopo il lockdown: “Sembrava una città fantasma, ma ascoltando il vento capivi che sotto sotto era viva”. Tra i premiati c’è anche l’italiano Federico Mannucci, con una foto della Torre Velasca a Milano ripresa dall’alto all’alba: un punto di vista raro che mette in risalto la solitudine verticale dell’edificio.
La città globale vista con occhi nuovi
Dalle periferie di Pechino ai grattacieli finanziari di New York, le immagini selezionate quest’anno raccontano una città lontana dai soliti cliché. Il presidente della giuria, l’architetto francese Jean-Paul Giraud, lo ha detto chiaramente all’inizio: “Non cerchiamo solo la bellezza, ma vogliamo che le foto raccontino le contraddizioni dell’ambiente costruito. Quello che c’è e quello che manca”.
Tra gli scatti più discussi — e già virali online — c’è quello realizzato a Berlino dal fotografo turco Arif Demir. Ritrae un grattacielo mai finito: vetri impolverati, impalcature lasciate a metà e una gru ferma da mesi. “L’abbandono non è solo decadenza, è anche memoria”, scrive Demir nella sua scheda tecnica.
Tecnica ed emozione cambiano la fotografia d’architettura
Le regole del concorso erano semplici: foto scattate tra gennaio 2025 e agosto 2026, senza ritocchi pesanti; ammessi solo piccoli aggiustamenti su colore e luminosità. “La vera sfida era catturare quell’attimo in cui il paesaggio parla da solo”, ha spiegato Mannucci durante la serata, ancora sorpreso dalla menzione speciale.
Molti autori hanno giocato con tempi lunghi di esposizione per cogliere le luci in trasformazione durante la giornata. Altri — come la spagnola Lucía Torres, terza classificata — hanno preferito tagli netti e quasi astratti: la sua foto della Ciudad de las Artes y las Ciencias di Valencia sembra più un dipinto che una semplice immagine.
Interessante notare come rispetto alle edizioni precedenti siano sparite quasi del tutto le persone al centro delle scene. “Una tendenza che riflette forse i tempi”, ha osservato Giraud davanti al pubblico: “Dopo anni segnati da pandemia e lavoro da casa, la città resta lì immobile, in attesa”.
Premi e sguardi sul futuro
I vincitori – spiega il comunicato ufficiale – riceveranno un premio in denaro (6.000 euro per il primo classificato) e vedranno le loro opere esposte in una mostra itinerante che toccherà prima Tokyo, poi New York e infine Milano entro la primavera 2027. La giuria ha sottolineato anche l’importanza della diffusione digitale: molte foto sono già state pubblicate su riviste di settore come Dezeen e Domus.
Al termine della premiazione la sala si è sciolta in piccoli gruppi intenti a commentare gli scatti proiettati sulle pareti. Qualcuno parlava già della prossima edizione; altri chiedevano informazioni sulle location delle future mostre. La sensazione comune era quella di aver visto un racconto visivo capace non solo di mostrare architetture famose — grattacieli, uffici abbandonati, case sospese — ma soprattutto di restituire un senso profondo del nostro modo di abitare oggi.