Yerevan, 10 ottobre 2026 – Due percorsi sulle tracce della Pasqua, uno in Armenia e l’altro in Georgia, hanno attirato nelle ultime settimane centinaia di viaggiatori desiderosi di riscoprire riti e usanze dei territori caucasici proprio in un momento cruciale per la spiritualità locale. Tra il 27 marzo e il 4 aprile, periodo che segna il passaggio dalla Settimana Santa alla Domenica di Pasqua secondo i calendari orientali, piccoli gruppi si sono mossi tra antichi monasteri arroccati, vivaci mercati cittadini e villaggi, seguendo un cammino dove storia e fede si intrecciano strettamente.
La Pasqua nel Caucaso: tradizioni millenarie tra Armenia e Georgia
Armenia. All’alba, il canto dei muezzin si mescola alle campane della Cattedrale di Etchmiadzin, il cuore pulsante della cristianità armena. In quei giorni, racconta Suren, 51 anni, tassista a Yerevan, «la città si ferma un attimo, i negozi chiudono e tutti si ritrovano a casa con la famiglia, davanti alle uova colorate». L’Armenia è stata la prima nazione al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione ufficiale – era l’anno 301 – e la Pasqua qui resta un momento più sentito che sfarzoso.
Nei villaggi come Noratus o Dilijan, le donne stendono tovaglie ricamate sui tavoli. Si preparano i kulich, quel pane dolce arricchito con frutta secca; intanto i bambini corrono nei cortili inseguendo galline e si sporcano le mani di rosso con le uova dipinte. «Non è solo una festa religiosa», spiega padre Aram Aslanyan della parrocchia di Khor Virap, «è un’occasione per ricordarsi quanto la vita sia fragile e quanto invece sia forte la comunità». I pellegrini seguono processioni che dal tardo pomeriggio si dirigono verso i monasteri medievali: Khor Virap stesso, sospeso sulla pianura dell’Ararat con il profilo maestoso del monte all’orizzonte, o Noravank nascosto tra canyon dalle pareti ocra.
In Georgia la fede passa dai piccoli gesti quotidiani
Oltreconfine, la Pasqua in Georgia assume colori diversi, più legati alla vita domestica che alle grandi cerimonie pubbliche. A Tbilisi, in un cortile del quartiere Avlabari, Nino Gamrekeli, 38 anni, mostra una cesta piena di paska – il tradizionale pane pasquale georgiano. «Lo prepariamo ogni anno con le bambine», racconta ridendo. Durante la settimana santa i georgiani colorano le uova usando bucce di cipolla e fiori secchi raccolti nei parchi cittadini.
Nei monasteri sparsi tra le colline del Kakheti o lungo le rive del Mtkvari la processione procede in silenzio, spesso illuminata solo da qualche candela accesa. «Non serve molto – basta una candela accesa o un pezzo di pane donato – per sentire davvero lo spirito della Pasqua», confida padre Davit Pkhakadze della chiesa di Sameba. La spiritualità qui si esprime nei gesti semplici: visitare gli anziani soli o condividere un pranzo sotto un pergolato di vite.
Tra turismo religioso e curiosità occidentali
La riscoperta delle festività pasquali nel Caucaso sta attirando sempre più viaggiatori europei. Lilia Ivankova lavora come guida a Yerevan da otto anni: «Ultimamente vediamo aumentare turisti francesi e italiani che vogliono partecipare alle funzioni all’alba o alla benedizione delle uova». Gli itinerari prevedono visite alle cattedrali principali ma anche soste nei mercati: a Gjumri si vendono erbe aromatiche e dolciumi che richiamano antiche tradizioni contadine.
A Tbilisi invece, intorno a mezzogiorno del Sabato Santo, il mercato di Deserter Bazaar è pieno di vita: carni affumicate, noci glassate al miele e i fiori bianchi delle prime magnolie appena sbocciate. I visitatori – molti con macchine fotografiche al collo – catturano momenti veloci: una nonna che distribuisce kulich agli orfani nella corte della chiesa; una giovane coppia che si scambia uova decorate invece delle tradizionali colombe pasquali.
Una Pasqua che guarda al futuro senza dimenticare le radici
Le comunità armene e georgiane continuano a vivere la Pasqua come un rito vero e proprio, capace di parlare anche a chi non è particolarmente religioso. Il filo rosso è sempre la “bellezza dei piccoli gesti” – come ha riassunto padre Aram durante la veglia pasquale: «Non conta quante persone siedono a tavola ma riconoscere che ogni giorno la vita può ancora sorprenderci». Forse è proprio qui che sta il senso più profondo di queste feste: nella capacità di mescolare memoria e presente, vecchie storie e nuovi inizi.
Chi attraversa Armenia o Georgia in questi giorni se ne torna con il profumo del pane caldo nell’aria e il ricordo delle candele accese all’alba. Niente effetti speciali: solo la testimonianza concreta di comunità antiche che trovano nella Pasqua l’occasione per stupirsi ancora una volta delle cose semplici.