Cagliari, 26 ottobre 2026 – Un percorso di cento chilometri nel Meilogu, da Borutta fino alla basilica di Saccargia, attraversa una Sardegna poco battuta, che si svela lentamente a chi sa guardare. Qui la storia non è rinchiusa in teche o musei, ma si mostra sulle pietre lungo la strada, tra colline, muretti a secco e chiese antiche. Partendo da Borutta all’alba, quando la piazza è ancora immersa in un silenzio denso di rugiada, si ha subito la sensazione che il tempo rallenti, pur restando vivo nei dettagli più piccoli.
Il cuore antico del Meilogu tra borghi e nuraghi
Borutta, poco più di 250 abitanti, sembra quasi sospesa nel tempo. La sua Cattedrale di San Pietro di Sorres, costruita in basalto scuro nel XII secolo, domina la vallata da mezza costa. Salvatore Fadda, 68 anni, mentre sistema alcune cassette di frutta racconta: “Qui ogni pietra ha una storia da raccontare, basta fermarsi e ascoltare”. In questa terra l’archeologia è presente ancora in modo vivo: lungo i sentieri si incontrano nuraghi ben conservati, come il Nuraghe Santu Antine vicino a Torralba – con la sua torre centrale alta oltre diciassette metri. La luce che filtra dalle aperture crea giochi d’ombra sulle pareti interne.
Tra Borutta e Torralba il paesaggio cambia continuamente: distese di grano si alternano a piccoli boschi. I cartelli stradali sono pochi. Si attraversano paesi come Bonnanaro e Mores, dove i muretti a secco resistono alle intemperie molto più dei pilastri in cemento armato. Il traffico è scarso: qualche macchina e le greggi che attraversano la strada nelle prime ore del mattino.
Lungo la strada: incontri e tracce del passato
Procedendo verso sud-est l’orizzonte si apre su campi punteggiati da case in pietra e ruderi medievali. Nei bar dei paesi l’aria è densa di profumo di caffè e voci sommesse. Lucia Piredda, barista del luogo, racconta: “Spesso qualcuno si ferma per chiedere un’informazione o solo per scambiare due chiacchiere. Qui nessuno corre, la gente ha tempo”.
Ogni tanto spuntano i resti di antiche chiese campestri affacciate su prati ondulati: San Giorgio di Suelli e Santa Maria de Sauccu sono solo due esempi tra decine di pievi dimenticate. Tra campi coltivati e pascoli i segni dell’uomo si confondono con la natura circostante. Lungo il percorso non mancano soste davanti a fontanili o abbeveratoi – alcuni scolpiti nella pietra rosa locale – che ricordano quanto sia ancora viva qui la tradizione pastorale.
Verso Saccargia: il romanico che sorprende
A circa cinquanta chilometri da Borutta spicca tra le colline il profilo inconfondibile della basilica di Saccargia. Qui il viaggio raggiunge il suo momento più intenso: la chiesa romanica del 1116 è famosa per le fasce alternate di calcare bianco e basalto nero. I capitelli scolpiti narrano storie bibliche accanto a scene della vita quotidiana. Una guida locale sottolinea come “ogni pietra sia stata posata con calma e pazienza, da chi lavora pensando alle generazioni future”.
Saccargia resta sempre poco affollata. Quando il sole tramonta dietro l’abside la facciata prende riflessi dorati. Sul sagrato ci sono poche persone: qualcuno scatta foto, altri siedono semplicemente sui gradini ad ascoltare il vento.
Viaggio tra memoria e paesaggio
Percorrere questi cento chilometri nel Meilogu significa immergersi in un territorio dove la storia vive nella quotidianità: nei nomi delle strade (Via Nuraghe o Via delle Pievi), nei rintocchi delle campane alle undici del mattino, nella parlata dei pastori seduti ai bordi della strada. Non servono brochure patinate per scoprire questa Sardegna autentica: basta fermarsi un attimo a guardare.
Il viaggio da Borutta a Saccargia restituisce un’immagine diversa dell’isola – meno appariscente, più vera – fatta di silenzi interrotti solo dal fruscio delle canne o dal rumore lontano di un trattore. È allora che si capisce perché qui, sulle strade del Meilogu, la storia abita davvero i luoghi stessi. Camminando accanto ai muretti a secco o sostando davanti alle chiese isolate si coglie quella Sardegna che altrove rischia di passare inosservata.