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Visitare Troia: scopri il fascino immortale e misterioso della città mitica, con o senza Nolan

Giulia Ruberti by Giulia Ruberti
11 Settembre 2026
in Food & Drink
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Gerusalemme, 11 settembre 2026 – Camminare lungo il perimetro delle antiche mura di Gerusalemme vuol dire toccare con gli occhi una città che porta ancora i segni di una guerra che non si ferma mai davvero, sia nel silenzio sia nel rumore. Tra queste pietre logorate, che segnano il confine tra passato e presente, si intrecciano storie di conflitti, speranze e ricominciare.

Le mura di Gerusalemme: cicatrici di un conflitto senza fine

All’alba, mentre il sole illumina i bastioni della Città Vecchia, i passi dei residenti e dei pellegrini si mescolano a quelli delle pattuglie dell’esercito israeliano. Le mura, erette nel XVI secolo da Solimano il Magnifico su basi ancora più antiche, non raccontano solo le grandi religioni ma anche le tensioni recenti. Nel quartiere musulmano, all’incrocio tra la Porta di Damasco e la Via Dolorosa, le pietre mostrano ancora i segni delle schegge degli scontri del maggio 2021 e dei mesi caldi che hanno preceduto l’accordo fragile del 2025.

Yusef, guida locale di 44 anni, abbassa la voce: “Qui ogni stagione si aspetta qualcosa. Una processione, una protesta, un incidente. La gente cammina sulle stesse pietre che hanno visto passare eserciti, soldati, turisti”.

Vivere sopra le ferite della storia

Percorrendo il tratto tra la Porta di Jaffa e quella dei Leoni si notano le telecamere appese agli archi: strumenti moderni fissati su mura che hanno resistito ad assedi e rivolte. Secondo i dati della municipalità, solo nell’ultimo anno sono stati piazzati 137 nuovi punti di sorveglianza nelle zone dove lo scontro tra palestinesi e coloni israeliani resta più acceso. “Ci abbiamo fatto l’abitudine”, spiega Sarah Ben-Avraham, docente all’Università Ebraica. “Ma non è normalità. È una tregua fragile che senti anche solo guardando queste mura”.

La polizia segnala meno episodi di violenza armata nella Città Vecchia: 12 dall’inizio del 2026 contro i 29 dello stesso periodo del 2025. Però – avvertono gli esperti dell’International Crisis Group – la tensione cova sotto la superficie. Un lancio di pietre verso la Spianata delle Moschee può ancora scatenare proteste improvvise.

Dove tutto finisce e riparte

Quello che colpisce a Gerusalemme in questo settembre è la convivenza forzata tra vecchi nemici e nuove generazioni. Nei vicoli dal Muro del Pianto al quartiere cristiano ci sono quelli che pregano davanti ai blocchi di pietra calcarea e chi poco lontano immortala gli ultimi raggi dorati sul Monte degli Ulivi. Si respira un’attesa continua: qui ogni giorno qualcosa finisce o comincia. Lo conferma padre Giovanni Caruso della Custodia di Terra Santa: “Gerusalemme sta sempre in bilico tra ricordo e speranza. Cammini sulle stesse pietre che hanno visto arrivare chi cercava salvezza o portava guerra”.

Il nuovo sindaco Haim Levy ha detto ieri in conferenza stampa: “Lavoriamo perché le mura tornino a essere un simbolo d’incontro, non divisione”. Una promessa difficile da mantenere – troppo profonde le ferite aperte dalle ultime operazioni militari nei sobborghi est.

Un equilibrio fragile: voci dalla città

Con il calar della sera la Città Vecchia si svuota quasi all’improvviso. Restano solo gli addetti alle pulizie – spesso donne palestinesi con il velo raccolto – e i soldati ai varchi. I negozi chiudono prima delle 20: “Quando arrivano gruppi rumorosi è meglio abbassare subito le serrande”, racconta Amir, bottegaio armeno vicino alla Porta di Sion.

Solo allora – con il traffico fuori dalle mura e la luce che cala – si sente il peso silenzioso della storia sotto i piedi. La guerra è lì, nascosta nelle pietre che raccontano secoli di divisioni ma anche piccoli tentativi quotidiani di pace.

Per chi vive qui, Gerusalemme resta una città dove tutto può finire o ricominciare in un attimo. Una realtà fatta di confini visibili e invisibili: alcuni scolpiti nella pietra, altri radicati nelle abitudini quotidiane di chi sceglie comunque di restare.

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